MISE: FONDO DI GARANZIA ANCORA IN CRESCITA; NEL 2016 +11,6% DOMANDE ACCOLTE

24 Gennaio 2017 NEWS CONFESERCENTI

“Ancora un anno di forte crescita per il Fondo di garanzia: nel 2016, con un incremento dell’11,6% sul 2015, le domande accolte hanno raggiunto quota 114.487, confermando il ruolo centrale della garanzia pubblica per l’accesso al credito delle piccole e medie imprese. L’intervento gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico ha consentito a banche e intermediari finanziari di concedere finanziamenti per 16,7 miliardi di euro, con un aumento dell’11,4% sull’anno precedente, garantendo un importo complessivo pari a 11,6 miliardi, in crescita del 13,8% rispetto al 2015″.

Lo riporta una nota del Ministero che spiega: “le piccole e medie imprese che hanno avuto accesso al credito tramite la garanzia pubblica sono state 74.818, in aumento del +12,5% rispetto al 2015 (frequenti sono i casi di imprese che hanno ottenuto più di una garanzia). Tra queste, una quota rilevante ha potuto effettuare nuovi investimenti: le garanzie concesse per tale finalità segnano un incremento del 34% rispetto al 2015 (23.283 in totale), tornando ad attestarsi su una quota pari al 20,3%, in linea con gli anni pre-crisi. Significativo è il sostegno offerto al Mezzogiorno”.

“Sebbene la quota prevalente delle domande provenga dal Nord – prosegue la nota – dato il maggiore sviluppo imprenditoriale di questa area, la crescita più elevata spetta alle regioni del Sud Italia con riferimento sia alle domande approvate (+18,5%) sia ai finanziamenti accolti (+20,3%). Le richieste accolte provenienti dal Mezzogiorno, pari a 33.831, raggiungono una quota pari al 29,6% del totale. Rilevante è anche il ruolo della garanzia pubblica in relazione alle imprese in fase di start up (costituite da non più di 3 anni). Le operazioni accolte sono 15.060 (+5,4% rispetto al 2015), per un ammontare di finanziamenti pari a 1,3 miliardi (+5,5% rispetto al 2015). A questi dati si aggiungono quelli relativi a start-up innovative e incubatori certificati di impresa: le domande approvate crescono del 66%, attestandosi a 1.271, mentre i finanziamenti crescono del 57,2%, raggiungendo quota 273,9 milioni di euro”.

“A livello settoriale – conclude la nota – l’industria presenta il numero più elevato di domande ammesse (49.798 operazioni, pari al 43,5% del totale). Seguono il commercio (44.011 operazioni, pari al 38,4% del totale) e i servizi (20.369 operazioni, pari al 17,8% del totale). Dal confronto con i dati relativi al 2015, l’incremento maggiore si registra per i servizi (+22,0%), seguiti da commercio (+12,7%), e industria (+7,0%)”.

CONSUMO SUL POSTO DI PRODOTTI DI GASTRONOMIA ALL’INTERNO DEGLI ESERCIZI DI VICINATO, IMPORTANTI NOVITÀ STABILITE DAL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

12 Dicembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

Con una nota del Direttore Generale Gianfrancesco Vecchio, in risposta ad un quesito di Fiesa, il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiarito diversi aspetti legati alla Legge 4 agosto 2006, n. 248, che istituisce il c.d. consumo su posto dei prodotti di gastronomia negli esercizi di vicinato utilizzando i locali e gli arredi dell’azienda con l’esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.
Nella nota di risposta il MiSE  precisa che sullo stesso argomento è intervenuta anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, la quale con la segnalazione S2605 del 2016, nell’esercizio dei poteri ad essa conferiti dall’articolo 21 della Legge n. 287 del 10 ottobre 1990, ha formulato alcune osservazioni in merito alle distorsioni concorrenziali che potrebbero derivare dai pareri della Direzione Generale in materia di consumo sul posto, considerati ingiustificatamente restrittivi (cfr. parere n. 75893 dell’8-5-2013; parere n. 146342 del 19-8-2014; parere n. 86321 del 9-6-2015. L’Autorità della Concorrenza tra l’altro rileva che l’interpretazione adottata dal MiSE incentra l’elemento distintivo tra l’attività di somministrazione di alimenti e bevande e l’attività di vendita sulla modalità di consumo dell’offerta, in termini di attrezzatura utilizzabile per consentire il consumo sul posto, non risultando aderente alle nuove abitudini di consumo e suscettibile di limitare le possibilità di scelta dei consumatori, creando altresì un’indebita discriminazione fra i vari operatori del settore. L’Autorità della Concorrenza poi sottolinea che le risoluzioni ministeriali non tengono conto del fatto che già il D.L. n. 223 del 2006 aveva inteso superare o quantomeno coordinare con i principi di concorrenza tutte le attività di consumo sul posto di alimenti e bevande, individuando il discrimen tra l’attività di somministrazione e quella di vendita da parte degli esercizi di vicinato unicamente nella presenza o meno del servizio assistito, risultando pertanto idonee a favorire l’adozione di regolazioni a livello locale ingiustificatamente restrittive e  discriminatorie. Infine l’Autorità della Concorrenza, facendo riferimento anche ad un regolamento comunale che, basandosi sulle predette risoluzioni ministeriali, vieta agli esercizi di vicinato qualsiasi modalità di occupazione del suolo pubblico per il consumo all’aperto, auspica che questo Ministero possa pervenire ad ”un’interpretazione della materia pienamente rispondente ai principi concorrenziali” richiamati.
A fronte di tali rilievi dell’Antitrust e del quesito Fiesa, la Direzione Generale preposta del MiSE, ha chiarito che è suo obiettivo quello di un’interpretazione della normativa vigente “ragionevole e proporzionata”, che non determini inutili ostacoli all’attività delle imprese e sia pro concorrenziale e non discriminatoria, e specificato il proprio orientamento.
Il MiSE ha quindi chiarito che l’art. 3, comma 1, lettera f-bis) del Decreto Legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, nella Legge 4 agosto 2006, n. 248, ha introdotto il principio in base al quale negli esercizi di vicinato, nel solo caso in cui siano legittimati alla vendita dei prodotti appartenenti al settore merceologico  alimentare, il consumo sul posto di prodotti di gastronomia non può essere vietato o limitato se svolto alle condizioni espressamene previste dalla nuova disposizione, ovvero la presenza di arredi nei locali dell’azienda ad esclusione del servizio assistito di somministrazione.
L’articolo 4, comma 2-bis, dello stesso Decreto consente il consumo sul posto anche ai titolari di impianti di panificazione con le stesse modalità applicative cui devono sottostare i titolari di esercizi di vicinato.
Con riguardo alle modalità applicative delle richiamate disposizioni, la scrivente Direzione Generale si è espressa al punto 8.1 della Circolare esplicativa 3603/C del 28-9-2006, precisando che il consumo sul posto dei prodotti di gastronomia da parte degli esercizi di vicinato, ovviamente solo nel caso in cui siano legittimati alla vendita dei prodotti alimentari, non può essere vietato o limitato se svolto alle condizioni espressamente previste dalla nuova disposizione; le condizioni concernono la presenza di arredi nei locali dell’azienda e l’esclusione del servizio assistiti di somministrazione. Per quanto riguarda gli arredi ha precisato che i medesimi devono essere correlati all’attività consentita, nel caso di specie è la vendita per asporto dei prodotti alimentari e il consumo sul posto dei prodotti di gastronomia. In ogni caso, però, la norma che consente negli esercizi di vicinato il consumo sul posto non prevede una modalità analoga a quella consentita negli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande di cui alla Legge 25 agosto 1991, n. 287.
Nella nota il MiSE, in riferimento ai suoi precedenti pronunciamenti, ha ritenuto di formulare alcune considerazioni, anche alla luce di quanto segnalato dalla nostra Associazione e dall’Antitrust affermando in via preliminare che i chiarimenti contenuti  nelle richiamate risoluzioni ministeriali hanno il senso di offrire un quadro di certezza giuridica almeno alla maggior parte delle attività in questione, ma che tali risoluzioni ministeriali non dovrebbero al contrario essere considerate fonte di divieto aggiuntivo rispetto alle prescrizioni di Legge in questione, non potendo desumersene che ogni diversa ipotesi di svolgimento di tali attività sia automaticamente non consentita, senza alcuna specifica valutazione.
Ad esempio, l’affermazione secondo cui è certamente consentito l’utilizzo di bicchieri e posate in plastica o comunque monouso, non deve essere interpretata come divieto dell’utilizzo di posate in metallo e di bicchieri di vetro o tovaglioli in stoffa, quando sono poste a disposizione della clientela con modalità che non implichino un’attività di somministrazione, quando cioè non si tratti di “apparecchiare” la tavola con le modalità proprie della ristorazione, ma solo di mettere bicchieri, piatti, posate e tovaglioli puliti a disposizione della clientela per un loro uso autonomo e diretto. Il MiSE, a distanza di anni, e dopo ripetute segnalazioni, riconosce che una diversa interpretazione, infatti, sarebbe “certamente sproporzionata rispetto alla necessaria distinzione fra attività di consumo sul posto ed attività di ristorazione in senso stretto, ed in evidente contrasto anche con l’esigenza di un consumo consapevole , ecologico e di qualità con i più elementari principi di tutela dell’ambiente e di riduzione della massa dei rifiuti non riciclabili.”
Fa certamente impressione leggere queste affermazioni dopo anni di diniego e in molti casi di verbali e sanzioni.
Il MiSE poi afferma che, dai riferimenti alle tipologie di arredi sicuramente consentiti all’interno dei locali, non può desumersi che gli stessi arredi non possano essere a determinate condizioni consentite anche su aree pubbliche prospicienti il locale stesso, dove sia alle competenti Autorità locali consentito occupare porzioni di suolo pubblico con panchine, piani di appoggio, ecc.
La Direzione ministeriale competente , in altre parole, afferma che  “l’uso del suolo pubblico va valutato dalle autorità locali… non con automatismi collegati alla tipologia di attività (non può essere cioè immotivatamente consentito alle attività di ristorazione e vietato invece a quelle di consumo sul posto).
Il Direttore Generale Dr. Vecchio poi conferma le considerazioni svolte al fine di distinguere le attività di vendita con consumo sul posto rispetto a quelle di somministrazione dal punto di vista degli arredi utilizzati, nella misura in cui tali arredi e le relative modalità di utilizzo consentano consumazioni seduti al tavolo con caratteristiche di richiamo quantitativo della clientela e di permanenza nel luogo di consumo tali da rendere l’impatto delle relative attività del tutto assimilabile all’attività di ristorazione o degli altri pubblici esercizi. Il problema, secondo il MiSE, non è infatti quello di determinare disparità ingiustificate fra esercizi abilitati a praticare il consumo sul posto ed esercizi di somministrazione, bensì quello di non rendere fonte di disparità del tutto ingiustificate i vantaggi di semplificazione nell’acquisizione del titolo autorizzatorio per gli esercizi in cui si pratica il consumo sul posto. In altre parole, dice il Ministero, se entrambe le tipologie di esercizi fossero assoggettati a SCIA ed ai medesimi requisisti igienico sanitari e di sorvegliabilità, la distinzione non avrebbe ragione di essere.
Il Ministero dopo aver ulteriormente argomentato le diverse discipline delle tipologie imprenditoriali, soffermandosi sulle peculiarità di entrambe, esemplifica affermando che “dove non è consentita l’apertura di un ristorante con venti tavoli ed una potenziale numerosa clientela che permanga per lungo tempo in modo più o meno rumoroso nella relativa area di riferimento, non può essere consentita una analoga situazione per il solo fatto che l’esercizio in questione abbia scelto di presentare SCIA come esercizio di vicinato di vendita di prodotti alimentari e senza richiedere specifica autorizzazione, che gli sarebbe stata negata, come pubblico esercizio di somministrazione.” E conclude precisando che le predette “considerazioni valgono a norme vigenti e nelle more di eventuali diverse indicazioni a livello di indirizzo politico, anche in relazione ad un eventuale più approfondito esame della richiamata segnalazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nonché degli effetti del richiamato Decreto Legislativo n. 222 del 2016.”

VENDITA DIRETTA DEGLI AGRICOLTORI, IL MISE: È DOVEROSO INDICARE I PRODOTTI PROVENIENTI DALL’AZIENDA DELL’IMPRENDITORE AGRICOLO RISPETTO A QUELLI ACQUISTATI PRESSO TERZI

17 Novembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

Con nota del Direttore Generale del Ministero dello Sviluppo Economico, Dr. Gianfrancesco Vecchio, il MiSE, in risposta ad un quesito posto da Fiesa Confesercenti in materia di vendita diretta dei propri prodotti da parte degli agricoltori, inviata anche al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, precisa che è doveroso indicare ai consumatori i prodotti provenienti direttamente dall’azienda dell’imprenditore agricolo rispetto a quelli acquistati presso terzi.
Nella nota, il Dr. Vecchio fa riferimento alla nota di Fiesa del 14 settembre 2016, con la quale l’Associazione dei dettaglianti alimentari ha evidenziato i vantaggi amministrativi, fiscali e “pubblicitari” che i produttori agricoli possono trarre dalle norme che consentono loro di vendere i loro prodotti senza gli adempimenti e gli obblighi previsti per il commercio al dettaglio di prodotti alimentari e sottolineato, in particolare, la possibilità di vendere, nel medesimo ambito ed entro determinati limiti quantitativi, anche prodotti non di propria produzione.
Nella nota, Fiesa, pur prendendo atto, senza condividerla, della normativa di favore che giustifica tale particolare disciplina per i produttori agricoli, ha rappresentato la necessità di un rigoroso rispetto da parte degli stessi dei limiti quantitativi di vendita dei prodotti non provenienti dalle proprie aziende, al fine di evitare situazioni di vantaggio immotivato e di sleale concorrenza nei confronti dei normali esercizi commerciali, nonché l’importanza di una corretta informazione e distinzione in fase di vendita fra i prodotti propri e quelli di terzi, anche a fini di tutela dei consumatori, ponendo in vendita frutta e verdura prodotti direttamente in scomparti separati da quelli acquistati sul libero mercato per la rivendita al pubblico, in modo da rendere immediatamente distinguibile al consumatore i prodotti del contadino rispetto a quelli comprati.
Questo aspetto era stato peraltro già sollevato da un articolo pubblicato sul blog di una delle Associazioni nazionali dei consumatori iscritte nell’elenco tenuto dal MiSE.
Nella sua richiesta di chiarimento la Fiesa aveva interrogato il Ministero sul fatto se, al fine di agevolare i controlli da parte degli Organi di Vigilanza circa la prevalenza della vendita dei prodotti propri dell’imprenditore agricolo rispetto a quelli acquistati presso terzi, oltre che allo scopo di dare evidenza ai prodotti in vendita ricollegabili all’attività di produzione diretta da parte dell’imprenditore agricolo, i prodotti che questi acquisti presso terzi non debbano quanto meno essere collocati in aree o su scaffali separati dai prodotti del proprio fondo, ovvero identificati mediante cartelli o altri mezzi atti ad individuarne la diversa provenienza.
Il Ministero, a questo proposito, ha richiamato, preliminarmente, l’articolo 4, comma 1, del Decreto Legislativo n. 228 del 18 maggio 2001, il quale dispone che: “Gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della Legge 29 dicembre 1993, n. 580, possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le disposizioni vigenti in materia  di igiene e sanità”. Ha fatto altresì richiamo al successivo comma 5, del medesimo Decreto, che recita: “La presente disciplina si applica anche nel caso di vendita di prodotti derivati, ottenuti a seguito di attività di manipolazione o trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici, finalizzate al completo sfruttamento del ciclo produttivo dell’impresa”.
Il MiSE ha ricordato poi che “il comma 8, dispone: “Qualora l’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti non provenienti dalle rispettive aziende nell’anno solare precedente sia superiore a 160.000 euro per gli imprenditori individuali ovvero a 4 milioni di euro per le società, si applicano le disposizioni del citato Decreto Legislativo n. 114 del 1998”.
Il Direttore Generale, quindi, ha affermato che “Da quanto sopra consegue che effettivamente i produttori agricoli sono legittimati a vendere, senza osservare le prescrizioni del citato Decreto Legislativo n.114 del 1998, anche prodotti non provenienti dai propri fondi (ivi compresi i prodotti alimentari trasformati presso altre aziende agricole, ma anche quelli che risultano oggetto di un ciclo industriale di trasformazione) purché in misura non prevalente e, comunque, entro i limiti di importo fissati, per le diverse tipologie di imprese agricole, dalle suddette disposizioni. In altre parole, per mantenere il vantaggio dell’inapplicabilità delle disposizioni contenute nel Decreto Legislativo 31 marzo 1998, n. 114, tra le quali anche l’obbligatorietà del possesso dei requisiti professionali per il commercio alimentare al dettaglio di cui all’articolo 71, comma 6, del Decreto Legislativo n. 59 del 2010, è indispensabile contenere entro certi limiti (sia quelli percentuali, relativi alla prevalenza, che quelli assoluti, relativi ai ricavi) la vendita di prodotti non provenienti dai propri fondi”.
Da questo assunto il Direttore del MiSE fa discendere che “Ribadito quanto sopra, con riferimento allo specifico quesito posto relativamente ai prodotti venduti dai produttori agricoli, con particolare riferimento a quelli non provenienti dai propri fondi e pertanto acquistati presso terzi, la  scrivente conferma che non esistono norme della disciplina commerciale che impongano ai predetti di adottare modalità di esposizione o di etichettatura che consentano con evidenza all’acquirente di distinguere tra i prodotti provenienti o meno dal proprio fondo, fermo restando che per gli organi di controllo esistono certamente altre modalità ed altri strumenti idonei ad accertare l’effettiva provenienza dei prodotti ed a verificare il rispetto dei limiti di vendita di quelli non provenienti dal proprio fondo”.
Facendo poi riferimento all’articolo 21, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il quale esplicita i termini e le modalità che contraddistinguono una pratica commerciale ingannevole, il MiSE afferma che “tale disposizione considera una pratica commerciale scorretta non solo quando vengono fornite informazioni non rispondenti al vero, ma anche quanto, seppur le informazioni siano di fatto corrette, la pratica commerciale, in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva o per altre omissioni, induce o è idonea ad indurre in errore il consumatore medio riguardo ad uno o più degli elementi caratterizzanti l’acquisto (fra cui sono espressamente indicati l’origine geografica e commerciale) e, in ogni caso lo induce o è idonea a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso”. E’ evidente a questo proposito, per Fiesa Confesercenti – e il Ministero sembra condividerlo –  che il consumatore che entra in un’azienda agricola si aspetta di trovare in vendita i prodotti dell’agricoltore, coltivati e colti direttamente.
Il MiSE pur affermando che, dal punto di vista della normativa vigente, non possono essere imposti un livello di informazioni minime o altri adempimenti positivi che possano tradursi nell’ipotizzato obbligo di utilizzo di scaffalature e attrezzature separate per i prodotti agricoli non provenienti dal proprio fondo, riconosce il pericolo che si concretizza in informazioni false o comunque ingannevoli anche per il contesto, che potrebbe al più consentire una segnalazione all’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, per i provvedimenti di competenza, di  pratiche commerciali che ad esempio, per le iscrizioni pubblicitarie che enfatizzino il carattere di vendita di prodotti del proprio fondo, eventualmente riportate all’ingresso del punto vendita o sui singoli scaffali, in un contesto in cui all’interno del locale e nei singoli scaffali non siano riportate diverse e più specifiche indicazioni, siano idonee a indurre nel consumatore la convinzione di acquistare prodotti del fondo dell’agricoltore che effettua la vendita anche quando invece gli siano offerti indistintamente in vendita anche prodotti di terzi.
Il Ministero in altre parole riconosce la fondatezza della questione sollevata a difesa dei consumatori e della corretta concorrenza, ma non trova appigli normativi a cui agganciarsi per stabilire una modalità coerente con lo spirito dell’art 21 del D. Lgs. n. 206/2005.
E infatti afferma “….l’opportunità che ai consumatori sia fornita un’informazione chiara e trasparente anche in merito alla effettiva provenienza dei prodotti in questione e, pure ritenendo che tale esigenza risponda non solo all’interesse alla tutela dei consumatori, ma anche ad un’esigenza di tutela della reputazione e di mantenimento della fiducia nell’interesse degli stessi produttori agricoli, si ritiene che tali esigenze … possano essere perseguite … incoraggiando e sensibilizzando gli stessi produttori agricoli, sia da parte delle loro Associazioni di Categoria che da parte dei consumatori e delle loro Associazioni, all’adozione e, in nome della trasparenza e alla luce della necessità del rispetto del rapporto fiduciario che va  mantenuto tra acquirente e venditore, della buona prassi di garantire all’acquirente informazione adeguata alla consapevolezza di quali dei prodotti venduti siano effettivamente provenienti dal proprio fondo.”
Il MiSE conclude che le stesse Associazioni dei consumatori potranno inoltre valutare l’eventuale opportunità di iniziative di informazione e formazione dei consumatori per un consumo consapevole che evidenzino anche l’esigenza di informazione circa l’effettiva provenienza del prodotto acquistato presso i produttori agricoli, considerata la legittima possibilità per gli stessi di vendere anche prodotti non propri ed identici a quelli anche industriali presenti negli altri canali di vendita.
In conclusione, il Ministero riconosce che la questione posta è fondata, che effettivamente ci sono gli estremi per rilievi ai fini della concorrenza sleale (tanto che si appella al buon senso dei cittadini consumatori e delle stesse Associazioni degli agricoltori) ma non riesce a trovare la soluzione ad una questione di legittimità della norma, che pertanto rimane aperta come una ferita nel corpo legislativo statuale.
Posizione che non condividiamo perché proprio ai sensi dell’articolo 21, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, sussistono gli estremi e gli spazi regolamentari per disciplinare meglio e più equamente la materia.
E comunque la nota ministeriale, pur senza risolverla, rilancia  la questione a livello istituzionale.

FAIB, FEGICA E FIGISC/ANISA INCONTRANO IL MISE. LEGALITÀ, CONTRATTAZIONE E VERTENZA AUTOSTRADE AL CENTRO DEL CONFRONTO

08 Novembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

Faib, Fegica e Figisc/Anisa hanno incontrato nei giorni scorsi il Direttore Generale del MiSE, Ing. Gilberto Dialuce, per affrontare le principali questioni dell’agenda di settore.

Le delegazioni sindacali hanno portato al Tavolo le questioni della vertenza autostrada tuttora aperta e quelle della rete ordinaria.

Nell’introduzione il Presidente Faib Martino Landi ha evidenziato il progressivo deterioramento del quadro industriale e distributivo del settore, con il forte peggioramento dei principali indicatori economici da una parte e dell’indebolimento del quadro normativo speciale di settore dall’altra.

Sugli aspetti normativi Landi ha denunciato che il quadro legislativo speciale di settore viene quotidianamente aggredito sulla rete, sia da alcune major, con comportamenti scorretti e finalizzati ad acquisire condizioni di vantaggio competitivo, sia dai nuovi marchi e dagli operatori indipendenti che si sottraggono, come se operassero all’interno di un’area franca, alla normativa di settore, di cui arbitrariamente decidono cosa applicare (quando conviene) e cosa non applicare (vada sè, quando non conviene): avendo infine creato, nell’indifferenza delle Istituzioni, una legislazione davvero speciale, a la carte; una situazione nella quale non v’è certezza del diritto né tanto meno rispetto per i diritti dei cittadini.

Faib, Fegica e Figisc/Anisa hanno denunciato questo sistema evidenziando la chiara assenza istituzionale di chi quelle regole dovrebbe far rispettare. Un Governo disattento, e distratto, per usare eufemismi se non complice, consente il crescere di pratiche illegali a 360 gradi, da quelle  tipiche dello sfruttamento dei lavoratori e del lavoro, spacciato per autonomo, ma del tutto assimilabile alle pratiche del caporalato, a quello che trova una sintesi perfetta nella giungla impenetrabile dei prezzi.

Nello specifico Faib, Fegica e Figisc hanno nuovamente sollecitato il MiSE ad aprire il Tavolo della vertenza collettiva nei confronti della Tamoil, come  previsto dalla 32/98 perché gli si chiarisca che opera in un civile Stato di diritto, dove la Legge è uguale per tutti. Il MiSE ha confermato, dal suo punto di vista, l’impegno a ripristinare le normali regole da tutti osservate nella distribuzione carburanti, assicurando nuovi interventi verso la Compagnia libica.

Allo stesso modo è stato evidenziato che se una parte consistente della rete è ormai in mano ai retisti privati, non si può consentire a questa metà del mercato di evadere la Normativa Speciale di settore determinata dalla 32/98 e dalla 57/2001 e 27/2012, ricorrendo a pratiche one to one. Se si è fuori dalla Normativa Speciale, l’unica consentita in materia di gestione degli impianti, deve essere chiaro che si sta violando la legislazione del lavoro, con evidente elusione della Normativa Previdenziale ed Assistenziale, omissione dei versamenti contributivi, sfruttamento della manodopera in aggiramento dei CCNL di riferimento. Rispetto alle questioni poste il MiSE si è detto disponibile a valutare le posizioni e ad aprire gli appositi Tavoli, laddove puntualmente sollecitato, per l’attivazione delle procedure di mediazione delle vertenze collettive previsto dall’art. 1 comma 6 del D. Lgs 32/98.

Sulle nuove forme contrattuali Faib, Fegica e Fogisc/Anisa hanno illustrato il lavoro svolto e denunciato le fughe in avanti di alcune petrolifere. Il confronto in atto con UP – è stato detto – è positivo e a buon punto, ma necessita di ulteriori approfondimenti; gli atteggiamenti di qualcuno degli associati ad UP, tuttavia, sono illegittimi e concorrono a frenare il confronto, andando a realizzare un vantaggio competitivo verso le aree di servizio in autostrada.

Sulla questione della ristrutturazione della rete, è stata riconosciuta l’assoluta inadeguatezza del processo legislativo, ancora fermo al Senato, sottolineando come al momento non vi siano alternative all’attuale iter che ha già avuto un primo via libera dalla Camera e dalle apposite Commissioni Parlamentari del Senato.

Sulla questione Autostrada, i Presidenti di Faib Autostrade, Anisa e Fegica hanno posto l’attenzione sui nodi tuttora irrisolti degli indennizzi dei gestori in uscita, della continuità gestionale e della gestione dei convenience store. Su questi punti affidatari da una parte e concessionari dall’altra giocano a scarica barile cercando di evitare di assumersi gli oneri derivanti dalla corretta gestione del Decreto Interministeriale di agosto 2015. Su questi aspetti, come sugli altri, la rappresentanza dei gestori è pronta ad ogni iniziativa a tutela delle gestioni e della continuità gestionale, dalle azioni politiche e sindacali, nessuna esclusa, a quelle giudiziarie, fino ad azioni di resistenza attiva a qualsiasi forma di  sopruso.

Le Organizzazioni dei gestori autostradali hanno invitato il MiSE, di concerto con il MIT, a richiamare affidatari e concessionari alle prescrizioni contenute nel Decreto Interministeriale del 7 agosto 2015, evidenziando come violando le facoltà attribuite dall’art. 17 della Legge 27/2012, gli affidatari prefigurano azioni che realizzano l’abuso di dipendenza economica a danno dei gestori da una parte e, dall’altra, la violazione – peraltro non nuova – ai sensi e per gli effetti della Legge 1034/70, di garanzia del pubblico servizio, con il combinato disposto alle prescrizioni obbligatorie in materia di regolazione dei rapporti economico contrattuali che legano i titolari dell’impianto/fornitori ai gestori, come da Legge 5 marzo 2001, n. 57.

Rispetto alle diverse questioni attinenti rete ordinaria e rete autostradale le parti si sono date impegni reciproci da verificare nel più breve tempo essendo improcrastinabile un intervento chiarificatore ad opera del  Governo al più alto livello sulla materia.

Le Organizzazioni, dopo aver ricordato che l’esecutivo ad oltre un mese dalla nota delle tre Federazioni sulla necessità di un incontro ancora non risponde, hanno manifestato l’assoluta insostenibilità della situazione sulla rete di distribuzione carburanti, rimarcando che se tale atteggiamento dovesse perdurare sarà invitabile mettere a punto azioni di protesta con gli inevitabili disagi per cittadini e consumatori.