Commercio, il 62% degli italiani favorevole a limitare aperture durante le feste

5Non è vero che gli italiani vogliono lo shopping 24 ore su 24, sette giorni su sette e anche il Primo Maggio: il 62% – la maggioranza assoluta – si dice infatti favorevole a introdurre una limitazione delle aperture festive delle attività commerciali. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da Confesercenti con SWG su un campione di 1300 consumatori e 600 imprenditori della distribuzione relativamente al tema della deregulation del commercio, introdotta dal Governo Monti nel 2012, che prevede la possibilità di rimanere aperti sempre, anche a Pasqua, Natale e Primo Maggio.
Un ritmo insostenibile – è il pensiero di Prospero Cassino, presidente Confesercenti Potenza - per i piccoli esercenti che, quest’anno il Primo Maggio, per non essere tagliati fuori dalla concorrenza della GDO, hanno rinunciato al riposo. Anzi, quest’anno le aperture dei negozi per il Primo Maggio sono state decisamente più numerose ed anche in centri che non aspettavano flussi turistici o di visitatori. Un atteggiamento che per competere con i grandi centri commerciali non produce risultati apprezzabili sul piano delle vendite vanificando ogni sacrificio di titolari che hanno diritto al riposo.
Ad incidere sul giudizio degli italiani è proprio la consapevolezza che la deregulation sta schiacciando i negozi. Il 71% degli intervistati, infatti, segnala che negli ultimi due anni, nel proprio quartiere o città, hanno chiuso negozi di cui erano clienti abituali, mentre il 66% ha visto crescere il numero di locali sfitti o che hanno cambiato tipologia di attività, passando dal commercio alla ristorazione o ai servizi.
La posizione dei consumatori sulla deregulation trova evidenti assonanze con quella espressa dai commercianti. Che, però, vivono con ancora maggiore preoccupazione gli effetti della liberalizzazione, che ha portato le attività commerciali, in media, ad essere aperte 30 giorni di più all’anno. Il 61%, infatti, ritiene che il regime di apertura continua abbia danneggiato la propria attività, contro appena un 12% che dichiara effetti positivi.
Per questo – riferisce Cassino - Confesercenti ha proposto di introdurre 12 chiusure festive e domenicali obbligatorie durante l’anno, con la possibilità da parte dei sindaci di raddoppiarle o annullarle a seconda delle esigenze del territorio. Una proposta che riscuote il favore quasi unanime dei commercianti: tra gli intervistati si è detto favorevole l’87%, contro un 4% di contrari e un 9% di incerti. Un esito motivato dal desiderio degli imprenditori di limitare la distorsione della concorrenza a favore della GDO, ma che nasce anche dalla considerazione che la debolezza del mercato interno rende insostenibile l’eccesso di deregulation. Tanto che, quando interrogati sul futuro della propria attività, la maggioranza degli imprenditori – il 52% – vede il maggior fattore di rischio nella situazione economica del Paese, mentre GDO e centri commerciali sono indicati da un terzo degli intervistati e la concorrenza dell’online solo dal 15%.

“La nostra proposta – spiega il Presidente nazionale di Confesercenti Massimo Vivoli – prevede di passare dalla deregulation totale ad un minimo di regolamentazione, ragionevole e assolutamente compatibile con i principi e le prassi prevalenti in Europa in materia di libertà di concorrenza. Monti –afferma Vivoli – aveva promesso che con questa liberalizzazione sarebbe aumentato il Pil, sarebbe aumentata l’occupazione, si sarebbe stimolata una maggior concorrenza. Tutte e tre queste cose sono risultate non vere. Gli unici effetti certi rilevati con certezza sono stati la compressione dei diritti dei piccoli imprenditori e lo spostamento di quote di mercato – il 3%, pari a 7 miliardi di fatturato – dai negozi tradizionali alla grande distribuzione. È chiaro che noi non chiediamo di stare chiusi sempre, ma di restare aperti solo quando e dove necessario, come ad esempio nelle località turistiche, per predisporre un programma di aperture attento alle esigenze dei consumatori ma anche di chi lavora e di quel modello distributivo italiano che è, storicamente, fatto di piccole e medie imprese”

CONFESERCENTI: COMMERCIO, VENDITE TORNANO A FRENARE. ANNO DELUDENTE, 2016 VERSO CHIUSURA NEGATIVA

27 Gennaio 2017 NEWS CONFESERCENTI

Confesercenti: “Ripresa mancata, confermata difficoltà famiglie rilevata da Eurispes”

Le vendite continuano a frenare. E dopo l’illusione di ripartenza di ottobre, a novembre tornano a calare, annullando i passi avanti fatti e riportandoci ai livelli – già poco esaltanti – di settembre. E confermando un 2016 complessivamente deludente sotto il profilo del commercio. Si sperava fosse l’anno del consolidamento della ripresa; ma il recupero netto e generalizzato atteso durante l’anno non c’è stato. E non poteva che essere così, in un Paese dove, come rileva Eurispes, una persona su quattro si sente povera e la metà delle famiglie non riesce ad arrivare alla fine del mese.

La differente dinamica della ripresa delle vendite è evidente estendendo il confronto alle performance del 2015, nei cui primi 11 mesi le vendite sono cresciute del +1,3% in valore e del +0,2% in volume sull’anno precedente. Tra gennaio e novembre del 2016, invece, l’incremento in valore è stato appena dello 0,1%; mentre si è registrata una riduzione dello 0,3% in volume. A meno di risultati sorprendenti – ed inattesi, visto quanto ci comunicano le imprese – a dicembre, è dunque probabile che l’anno si chiuda nuovamente in territorio negativo. Un rallentamento che conferma il momento di difficoltà in cui ancora versano troppe famiglie italiane. La mancata ripresa del 2016 ha portato inoltre al riacutizzarsi della crisi del commercio, che dal 2012 ad oggi ha ‘bruciato’ 96mila imprese del commercio al dettaglio e più di 100mila posti nell’occupazione indipendente. Ma a soffrire sono anche i dipendenti, come suggeriscono i licenziamenti recentemente annunciati da alcuni attori della grande distribuzione.

“Per uscire dal pantano – dichiara Massimo Vivoli, Presidente Confesercenti – occorre una riflessione seria sul mercato interno e sul bisogno di rafforzare la domanda interna come volano per la crescita, anche con soluzioni innovative. Ci appare ormai chiara oltre ogni ragionevole dubbio, poi, la necessità di fare un passo indietro sulle liberalizzazioni, che hanno contribuito alla crisi delle PMI senza dare benefici: i supposti vantaggi in termini di occupazione e consumi, evidentemente, non ci sono stati. Nemmeno per la stessa Gdo”.

COMMERCIO, ISTAT: “A NOVEMBRE VENDITE DETTAGLIO – 0,7%”

27 Gennaio 2017 NEWS CONFESERCENTI

In aumento dello 0,8% rispetto a novembre 2015.

A novembre 2016 le vendite al dettaglio registrano una variazione congiunturale negativa dello 0,7% in valore (0,8% in volume) che, dopo l’accelerazione rilevata ad ottobre, riallinea i livelli delle vendite a valori di poco superiori a settembre. E’ quanto comunica l’Istat sottolineando che su novembre 2015 si registra invece un aumento dello 0,8%. Le vendite di alimentari calano dell’1,2% in valore e dell’1,3% in volume, quelle di beni non alimentari -0,5% in valore -0,4% in volume.

Nella media del trimestre settembre-novembre 2016 l’indice complessivo delle vendite al dettaglio segna una lieve flessione (-0,1%), sia in valore sia in volume, rispetto al trimestre precedente. Rispetto a novembre 2015, le vendite aumentano complessivamente dello 0,8% in valore e dello 0,7% in volume. Le vendite di prodotti alimentari crescono dello 0,3% in valore e dello 0,2% in volume. Quelle di prodotti non alimentari registrano un incremento dell’1,0 in valore e dello 0,9% in volume. Tra i prodotti non alimentari, l’incremento tendenziale più sostenuto riguarda i gruppi Mobili, articoli tessili, arredamento e Prodotti farmaceutici (+2,2% per entrambi i gruppi). In diminuzione soltanto il gruppo Cartoleria, libri, giornali e riviste ( 1,6%). Rispetto a novembre 2015 si osserva un incremento del valore delle vendite sia per la grande distribuzione (+0,3%) sia, in misura più ampia, per le imprese operanti su piccole superfici (+1,0%). Rispetto a novembre 2015 il valore delle vendite al dettaglio aumenta dello 0,3% nelle imprese della grande distribuzione e dell’1,0% in quelle operanti su piccole superfici.

Nella grande distribuzione le vendite registrano variazioni positive in entrambi i settori merceologici: +0,2% per i prodotti alimentari e +0,4% per quelli non alimentari.
Anche nelle imprese operanti su piccole superfici il valore delle vendite registra variazioni tendenziali positive: +0,6% per i prodotti alimentari e +1,2% per quelli non alimentari. Con riferimento alla tipologia di esercizio della grande distribuzione, a novembre 2016 il valore delle vendite al dettaglio registra una variazione nulla per gli esercizi non specializzati, mentre aumenta dell’1,7% per quelli specializzati. Tra i primi, diminuisce il valore delle vendite degli esercizi a prevalenza alimentare (-0,1%), mentre aumenta quello degli esercizi a prevalenza non alimentare (+0,6%). In particolare, per gli esercizi non specializzati a prevalenza alimentare, il valore delle vendite aumenta per i Discount (+1,6%) e per i Supermercati (+0,4%); diminuisce, invece, per gli Ipermercati (-1,4%).

COMMERCIO, FRA 10 ANNI ADDIO AI NEGOZI SOTTO CASA

27 Dicembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

I consumi delle famiglie sono ancora lontani dal periodo pre-crisi (29 miliardi in meno). Ma i costi fissi e del lavoro non calano. Così i punti vendita di quartiere continuano a chiudere a tutto vantaggio dei grandi centri commerciali

Nel 2016 i consumi delle famiglie sono ancora inferiori di quasi 29 miliardi di euro rispetto al 2011, prima della fase più acuta della crisi finanziaria e della grande recessione. È una sfilza di segni meno, l’ elaborazione di Confesercenti per Libero sulla spesa degli italiani. La federazione di categoria ha assistito alla chiusura di 25mila 469 negozi in quest’ anno che volge al termine. E i dati pubblicati nell’ infografica qui a fianco, che confrontano le vendite dal 2010 ad oggi, certificano che l’ attesa ripresa ancora non si vede, anzi è lontana. I numeri delle vendite, elaborati su dati Istat, mostrano infatti anni di profonda crisi, soprattutto per le imprese del commercio tradizionale e per il comparto non alimentare in genere. Il commercio su piccole superfici cumula tra il 2010 e il 2016 una riduzione del venduto in valore di 10 punti percentuali e sebbene gli alimentari siano in calo dell’ 1,9%, a influire maggiormente in negativo sono i generi non alimentari: -7,9%. Non è la grande distribuzione, non tutta, ad essersi accaparrata quella diminuzione a scapito dei negozi di quartiere. I dati dimostrano infatti che anche per i grandi negozi nel non alimentare la contrazione delle vendite è rilevante, pari al -5,4% dal 2010 a oggi. Se si guarda alla vendita di cibo, sono solamente i discount a segnare un segno più significativo: +13,9% è l’ aumento cumulato, con percentuali di crescita sempre maggiori ogni anno fino al 2015. Un altro segno della propensione e della necessità del risparmio degli italiani.

LE ECCEZIONI. Passando alla vendita per prodotti, gli unici ad aver visto la ripresa dopo il 2010 sono i servizi (+1,7%) e i beni durevoli (+0,6%). Gli italiani sono tornati, dopo anni, a fare quindi le grandi spese che non potevano più essere rimandate, come l’ automobile o l’ arredamento. Ma la spesa di tutti i giorni è al palo, come evidente dal tracollo di beni semidurevoli, come abbigliamento, calzature e libri (-9,5%) e beni non durevoli, come i detergenti o i medicinali (-7,4%). In particolare, i segni negativi più pesanti nel confronto dal 2010 a oggi sono segnati da libri giornali e riviste (-17,7%), seguiti da elettrodomestici, radio, tv e registratori (-15,6%). Spendiamo meno, poi, per la telefonia o l’ informatica (-12,8%), per le calzature (-11,1%), per la fotografia (-10,7%). Leggo in questi giorni analisi che parlano di ripresa: sono come il chewingum, denuncia Massimo Vivoli, presidente di Confesercenti: Un giorno va tutto bene, il giorno dopo il Pil è in contrazione, e poi torna ancora positivo Sono tutte valutazioni che andrebbero invece analizzate nel dettaglio: quello che registriamo quotidianamente tra i nostri associati è che le piccolissime imprese soffrono oggi come non mai. I negozi continuano a chiudere a ritmi vertiginosi, continua Vivoli, che spiega come anche chi è sul mercato non riesce a guadagnare. I costi di gestione delle attività, come gli affitti, incidono notevolmente. E il costo del personale è troppo alto. Per questo quando sento le critiche ai voucher in questi giorni mi domando se sia davvero chiaro alla politica che ad oggi in settori come il nostro non si possono fare assunzioni a tempo indeterminato, finché non si interviene sulla pressione fiscale e sul costo del lavoro. Per i nostri commercianti, in questo momento, i voucher stanno diventando una necessità. Senza gli incentivi, i problemi per le assunzioni sono tornati ad essere gli stessi di tre anni fa.


PUNTI VENDITA. Nel 2016 quasi 15mila negozi di commercio al dettaglio hanno abbassato la serranda nel centro-nord dello Stivale, 10 mila nel Sud e nelle isole. Dal 2007 ad oggi il numero di esercizi commerciali è diminuito di quasi 91mila unità: ha chiuso per crisi un negozio su dieci. Se si continua così, afferma Vivoli, tra 10 anni l’ Italia sarà un Paese senza i negozi di vicinato, di servizio: spariranno, verranno sostituiti da uffici. Lasciando le città buie e spingendo le persone verso i centri commerciali in periferia per gli acquisiti. I canali dell’ e-commerce certamente incidono sulle nostre vendite. Così come incidono le liberalizzazioni selvagge fatte sugli orari per la grande distribuzione. Per le piccole e piccolissime imprese in questo Paese non si è mai fatto nulla. E sì che siamo il tessuto di questo Paese, quello che potrebbe portare vera ricchezza, crescita economica, occupazione. Senza tutela si rischia di perdere un settore che portava qualità e immagine al made in Italy, penso soprattutto all’ abbigliamento ma non solo.

Articolo di Giulia Cazzaniga pubblicato su “Libero” il 27-12-2016

BLACK FRIDAY, FENOMENO WEB INVADE ANCHE IL COMMERCIO REALE: OFFERTE IN UN NEGOZIO SU QUATTRO

24 Novembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

Indagine Confesercenti sui commercianti: 23% dei negozi aderirà, ma fino ad ora effetto debole sulle vendite al dettaglio

E’ giornata di pre-saldi natalizia, ma dubbi sulla liceità della promozione

Il Black Friday passa dalla rete alle strade: quasi un negozio ‘reale’ su quattro (23%) quest’anno partecipa alle promozioni del ‘Venerdì Nero’, ed un altro 33% è interessato ad aderire in futuro; ma rimangono dubbi sulla liceità della giornata di promozioni, che si scontra con le norme che in molte regioni vietano pre-saldi nei 30 giorni precedenti al Natale.

E’ quanto emerge da un’indagine condotta da Confesercenti su un campione di imprese del dettaglio tradizionale e del turismo a proposito del Black Friday. Una giornata di super-sconti tradizionale degli USA, ma da qualche anno diffusa anche in Italia, sebbene principalmente sul web.

Proprio per questo, fino ad ora, gli incrementi di vendite per i commercianti sono stati pochi: secondo il 62% degli intervistati, infatti, per adesso il fenomeno ha dato risultati ‘tangibili’ solo per l’eCommerce. L’auspicio è che quest’anno la tendenza degli italiani a vedere il Black Friday come esclusiva del web si inverta, e la giornata porti un maggiore afflusso di clienti pure nei negozi al dettaglio tradizionale. Anche se sarà difficile: le dot com hanno bombardato di promozioni gli italiani. Secondo le stime di Confesercenti, negli ultimi 15 giorni, sono stati circa 100 milioni le mail, gli sms e i messaggi promozionali inviati agli italiani sulla giornata. Le offerte impazzano anche sui Social Media.

E questo nonostante la liceità della giornata di super sconti sia quantomeno dubbia: in molte regioni – ad esempio Lombardia, l’Emilia Romagna ed il Lazio, sussiste il divieto di sconti pre-natalizi, nel periodo compreso tra il 25 novembre ed i tradizionali saldi di fine stagione, previsti per l’inizio di gennaio.

Il rischio, dunque, è una sanzione per chi partecipa a quello che, di fatto, è un pre-saldo natalizio: per questo i commercianti chiedono regole certe e, soprattutto, parità di trattamento con il commercio sul web, che invece ha evidentemente carta bianca sulle promozioni. Un disequilibrio che porta ad una forma di concorrenza sleale: motivo per cui sarebbe opportuno intervenire dal punto di vista legislativo, per evitare che il Venerdì Nero non mandi in rosso il commercio tradizionale. E recuperi le sue radici tradizionali: negli Usa, dove è nato, è infatti tipico del commercio al dettaglio fisico, ed è considerato un valido indicatore sia sulla predisposizione agli acquisti, sia indirettamente sulla capacità di spesa dei consumatori.

COMMERCIO, CONFESERCENTI: “ACCELERANO LE CHIUSURE, -5.788 NEGOZI A OTTOBRE”

24 Novembre 2016 NEWS CONFESERCENTI

Male moda, edicole e macellerie. Vivoli: “Preoccupante che trend di chiusura continui e mostri segnali di peggioramento”

La crisi dei negozi torna a mordere. In autunno accelera la scomparsa di pmi del commercio con 5.788 attività in meno rispetto allo stesso mese del 2015, secondo quanto rileva l’Osservatorio di Confesercenti. Si inasprisce così il calo rispetto al mese di agosto, quando la perdita era ferma a circa 5mila unità. Nell’ultimo anno sono spariti così 475 negozi al mese.

Le riduzioni più consistenti colpiscono le attività non alimentari e appare particolarmente grave la situazione di moda, calzature e tessile, in cima alla top tre delle chiusure: in un anno sono spariti 1.402 negozi del settore. Al secondo posto si trovano edicole e rivenditori di giornali (-518 imprese), ma si registrano perdite pesanti anche per le macellerie (-464). L’emorragia di negozi si registra in tutte le regioni a partire dal Piemonte, che perde 782 attività commerciali. Seguono la Sicilia (-719 imprese), la Campania (-153), la Lombardia (-564) e il Veneto (-494).

“E’ preoccupante che il trend di chiusura dei negozi continui e, anzi, mostri segnali di peggioramento”, dichiara il presidente Confesercenti, Massimo Vivoli, all’ANSA spiegando che “la spesa non sta ripartendo come speravamo facesse e in tre anni di ripresa non abbiamo recuperato nemmeno la metà dei consumi bruciati duranti la crisi”.

I dati dell’Osservatorio Confesercenti

La crisi dei negozi torna a mordere. Ad autunno accelera la scomparsa di imprese: ad ottobre 2016 si registrano infatti 5.788 PMI del commercio al dettaglio in sede fissa in meno rispetto allo stesso mese del 2015, con un inasprimento del calo rispetto ad agosto, quando la perdita sull’anno era ferma a 5mila imprese circa. Complessivamente, tra ottobre 2015 ed ottobre 2016 sono spariti 475 negozi al mese.

Ottobre 2015 Ottobre 2016 Var. assoluta Var. %
Commercio al dettaglio in sede fissa 642.858 637.070 -5.788 -0,9%
di cui
alimentare 95.163 94.409 -754 -0,8%
Non alimentare 547.695 542.661 -5.034 -0,9%

Fonte: Osservatorio Confesercenti sul Commercio e sul Turismo

A livello di categoria merceologica, le riduzioni più consistenti del numero di imprese si rilevano nel no food: quasi 9 su 10 (l’87%) dei negozi che hanno cessato per sempre l’attività erano attivi nel commercio di beni non alimentari. Particolarmente grave è la situazione nel commercio al dettaglio di moda, calzature e tessile, in cima alla top 3 delle chiusure: in un anno sono spariti 1.402 negozi, circa uno su quattro del totale nazionale per tutte le categorie. Seguono edicole e rivenditori di quotidiani e periodici (-518 imprese), ma si registrano perdite pesanti anche per le macellerie (-464 attività in dodici mesi). Appena fuori dal podio  i negozi di articoli da regalo e per fumatori, che tra ottobre dello scorso anno e lo stesso mese del 2016 diminuiscono di 390 imprese.

 

Variazione Ottobre 2015/2016
Abbigliamento, tessile, calzature -1.402
Edicole e rivenditori quotidiani e periodici -518
Macellerie – rivendita carni -464

Fonte: Osservatorio Confesercenti sul Commercio e sul Turismo

L’emorragia di negozi si registra in tutte le regioni, anche se con importanti differenze territoriali. Il record di imprese del commercio scomparse negli ultimi 12 mesi va infatti al Piemonte, che perde 782 attività commerciali. Seguono sul podio la Sicilia (-719 imprese) e la Campania (-153), mentre al quarto posto c’è la Lombardia (-564) e al quinto il Veneto (-494).

Regione Alimentare Non alimentare Totale
Piemonte -44 -738 -782
Sicilia -118 -601 -719
Campania -153 -425 -578
Lombardia -27 -537 -564
Veneto -110 -384 -494
Emilia Romagna -42 -428 -470
Puglia -38 -392 -430
Liguria -48 -295 -343
Toscana -47 -243 -290
Marche -29 -202 -231
Abruzzo -25 -158 -183
Sardegna -29 -150 -179
Lazio 29 -189 -160
Umbria -26 -94 -120
Friuli-Venezia giulia -30 -83 -113
Basilicata -2 -53 -55
Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 0 -15 -15
Trentino-Alto Adige/Südtirol -3 -8 -11

Fonte: Osservatorio Confesercenti sul Commercio e sul Turismo

Portando l’analisi al livello delle province capoluogo, il risultato non cambia: la desertificazione investe tutti i territori esaminati, con la notevole eccezione di Roma, che mette a segno un lieve aumento (0,1%) grazie al traino offerto dalla crescita dei negozi alimentari (+0,8%). Il ritorno alla crescita dell’alimentari, a livello di provincia, si regista anche a Milano (+0,7%), Ancona (+0,7%) e Cagliari (0,4%), dove però non basta a far tornare in positivo la variazione del totale delle imprese del commercio al dettaglio in sede fissa.

Province Capoluogo Imprese registrate ottobre 2016 Ottobre  2016/Ottobre 2015
Alimentare Non Alimentare Totale Alimentare Non Alimentare Totale
Torino 2.835 17.355 20.190 -1,7 -2,3 -2,3
Milano 3.168 20.907 24.075 0,7 -0,2 -0,1
Venezia 1.203 7.060 8.263 -1,7 -0,2 -0,5
Trieste 272 1.802 2.074 -1,4 -0,8 -0,9
Genova 2.285 8.536 10.821 -1,8 -2,2 -2,1
Bologna 1.195 6.987 8.182 -1,0 -1,1 -1,1
Firenze 1.348 8.641 9.989 -1,5 -0,5 -0,6
Perugia 802 6.615 7.417 -1,6 -1,4 -1,4
Ancona 605 3.662 4.267 0,7 -2,3 -1,9
Roma 6.934 47.800 54.734 0,8 0,0 0,1
L’Aquila 543 3.316 3.859 -2,5 -1,5 -1,6
Campobasso 421 2.320 2.741 -1,4 -1,5 -1,5
Napoli 9.057 41.815 50.872 -0,9 -0,5 -0,6
Bari 2.720 11.782 14.502 -0,5 -1,6 -1,4
Potenza 660 4.135 4.795 -1,6 -1,2 -1,3
Catanzaro 846 4.056 4.902 -0,1 0,2 0,2
Palermo 2.472 11.746 14.218 -0,4 -0,9 -0,8
Cagliari 1.214 4.881 6.095 0,4 -0,5 -0,3

Fonte: Osservatorio Confesercenti sul Commercio e sul Turismo

“Mentre dal turismo e dai pubblici esercizi arrivano segnali positivi, il commercio va in direzione contraria – spiega Massimo Vivoli, Presidente Confesercenti Nazionale. “Nonostante la riduzione del numero di imprese non sia ai livelli registrati durante il biennio 2012-2013, ovvero la fase più nera della crisi, è preoccupante che il trend di chiusura dei negozi continui e, anzi, mostri segnali di peggioramento. Segnali che ci vengono confermati anche da altri indicatori, come quello dell’inflazione: la ridiscesa in campo negativo dell’indice dei prezzi ad ottobre testimonia il momento di stallo ancora attraversato dalla nostra economia. In assenza di una spinta da parte della domanda, che non sembra incorporare i leggeri risparmi dovuti alla deflazione. La spesa non sta ripartendo come speravamo facesse, in tre anni di ripresa non abbiamo recuperato nemmeno la metà dei consumi bruciati duranti la crisi”.

CONFESERCENTI POTENZA AD AVIGLIANO PER IL PIANO DEL COMMERCIO: SIAMO SEMPRE DI PIU' LA CASA DELLE IMPRESE

07 Novembre 2016 NEWS CONFESERCENTI POTENZA

Per fare in modo che gestire un’impresa non sia più un’impresa e per dare risposte non solo ai titolari di pmi ma anche ai cittadini “Casa Confesercenti” ha fatto tappa ad Avigliano.

Un incontro pubblico presso una struttura associata alla Confesercenti con la partecipazione di anziani, anziane e giovani imprenditori che hanno seguito i lavori introdotti dal saluto del presidente Fipac-Avigliano (Federazione pensionati del commercio) Carmine Sileo. A seguire l'intervento del Presidente Prospero Cassino su imprese e territorio, l'intervento del direttore del patronato Epasa-Itaco Angelo Lucia sulla perequazione delle pensioni ed infine l'intervento della dott.ssa Daniela Marsico su buone abitudini alimentari e buona salute.

Confesercenti - ha sottolineato Cassino - è sempre di più la “casa delle imprese”, un luogo in cui ogni imprenditore può trovare rappresentanza, consulenza, servizi di qualità e soprattutto utili alla sua impresa, un luogo in cui fare e sviluppare impresa con la forza di migliaia di colleghi imprenditori della città di Potenza e della provincia, con la forza di servizi certificati e una rete di 11 sedi e 25 persone che lavorano al servizio delle imprese associate, con la forza di una importante struttura Provinciale, Regionale e Nazionale. Con incontri sul territorio si intende riprendere contatti diretti con le comunità locali come quella aviglianese alle prese con continui processi di trasformazione dei comparti commercio e servizi e sui temi dei diritti delle persone. Ad Avigliano si è parlato anche dell’adeguamento del piano comunale del commercio e dei problemi (differenti) tra attività del centro e delle numerose frazioni.

Negli ultimi anni, la crisi finanziaria ed economica, la crisi dei consumi, la percezione di un futuro incerto hanno dominato la quotidianità del nostro lavoro; siamo spettatori, a volte inermi, di fronte ai cambiamenti epocali che stanno attraversando il mondo nelle sue viscere. Partiamo da un dato che riguarda il pil italiano, che è composto per il 94% dal fatturato delle cosiddette PMI, quelle cioè con meno di 50 dipendenti, quelle che noi rappresentiamo e che quotidianamente combattono con un sistema bancario costoso e strumentalmente selettivo, con una pubblica amministrazione inefficiente e troppo complessa, con un sistema fiscale che ci accusa di essere evasori a tutti i costi dimenticandosi che tra studi di settore, nuovi redditometri e vari stratagemmi fa pagare alle imprese più tasse e imposte che nel resto d’Europa. Troppo facile – ha aggiunto il presidente di Confesecenti - invocare il ruolo della Piccola e Media Impresa quale asse portante del sistema economico italiano, in particolare di quello lucano e poi dimenticarsene sistematicamente: lo stato interviene(o promette di farlo) nei capitali delle grandi aziende, le regioni intervengono nelle crisi aziendali di portata locale, tutto a salvaguardia legittima di centinaia o in alcuni casi di migliaia di posti di lavoro e tutto supportato da una forte attenzione mediatica. Forse è il momento giusto per tracciare le priorità e mettere istituzioni e sistema economico di fronte alle proprie responsabilità: le PMI non possono sostenere la fase che hanno di fronte senza un sistema del credito flessibile e responsabile, senza uno sfoltimento della burocrazia che per le PMI ha un costo enorme, senza un sistema fiscale che tenga conto della congiuntura economica e che la finisca di pretendere e imporre senza minimamente intuire cosa sta accadendo, senza interventi che diano più soldi in tasca ai lavoratori e quindi a sostegno della domanda interna. E’ il momento per le aziende – è stato sottolineato ad Avigliano - di riflettere in-torno al proprio modo di fare impresa, investendo nell’azienda e nelle persone, è il momento di innovare usando la tecnologia, cercando nuovi clienti e bacini di utenza, è il momento di ampliare l’offerta, cercando nuove linee di prodotto e inserendo nuove fasce di prezzo, è il momento di valutare forme promozionali inedite e superare l’attesa passiva del cliente. E’ una grande sfida, che l’impresa da sola non può pensare di vincere.

Cassino infine ha riferito che nei mesi scorsi “il sito web confesercentipotenza.it ha subito un duro attacco dagli hacker, che ci ha costretti a sospendere e svilupparne uno nuovo. Ora abbiamo un nuovo sito e una nuova veste grafica. Per cui ripartiamo oggi da dove eravamo arrivati e cioè dai nostri 10000 contatti raggiunti”

Fonte: La Nuova del Sud

ALLARME USURA IN BASILICATA RIGUARDA 1 AZIENDA SU 10 NEI SETTORI AGRICOLTURA, COMMERCIO E SERVIZI

23 Settembre 2016 NEWS CONFESERCENTI POTENZA

Allarme usura in Basilicata. L’indagine Eurispes ha assegnato alla provincia di Potenza un punteggio pari a 74,48 di cosiddetto InPUT (Indice di Permeabilità dell’Usura sul Territorio, in questa classifica prima è Parma con 100, ultima Bolzano con 0). Il fenomeno dell’usura, nel territorio lucano, coinvolge famiglie, commercianti e piccoli imprenditori. Confesercenti Potenza ha voluto ricordare l’impegno della Confederazione, nello specifico attraverso Sos Impresa, che sull’intero territorio nazionale si è costituita parte civile in 500 processi che hanno portato a condanne per 300 anni di carcere. Il bilancio di questo ventennio di lotta all’usura si aggira su oltre 10 mila denunce, i commercianti coinvolti sono stati 200 mila, il giro d’affari pari a circa 20 miliardi di euro l’anno. Il dato che emerge dall’indagine Eurispes è preoccupante, con il 12% delle famiglie italiane che, negli ultimi due anni, si è rivolto a soggetti privati per ottenere un prestito, non potendolo ottenere dal sistema bancario. “Restando solo sul fronte delle famiglie, la stima è che il prestito ammonti, in media, a 10.000 euro (richiesti anche in diverse occasioni), per una cifra di 30 miliardi di euro per 3 milioni di famiglie nel ruolo di vittime”, ha affermato Prospero Cassino, presidente di Confesercenti. Secondo la ricerca, il fenomeno riguarda un’azienda su dieci nei settori dell’agricoltura, del commercio e dei servizi.