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Mercoledì, 31 Maggio 2017 07:40

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ECONOMIA L’ASSOCIAZIONE PUNTA L’INDICE SULLE INDICAZIONI FUORVIANTI FORNITE DALLE AZIENDE

«Il semaforo alimentare introdotto non risulta essere un parametro sufficiente»

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Il reddito medio relativamente basso dichiarato dai commercianti nel 2015 (22.510 euro, in aumento comunque del 18% rispetto al 2014) non deve sorprendere e ancor più non deve rialimentare la solita campagna contro i titolari di attività commercianti. Siamo, purtroppo, alla conferma delle forti difficoltà che il settore ha vissuto e sta vivendo in questi anni. Lo sottolinea una nota di Confesercenti Potenza evidenziando che rispetto alla media nazionale il reddito dei commercianti della provincia di Potenza è decisamente al di sotto in una forbice calcolabile tra il 7 e l’11 per cento che nei comuni più interni e piccoli può superare anche il 30% in meno. E’ d’altronde l’ Istat a segnalare che tra il 2011 ed il 2016 le vendite delle piccole superfici sono scese del 9,5%. Si tratta di una perdita secca di quasi 11mila euro per negozio: non per caso, ancora nel 2015, hanno chiuso circa 40mila attività commerciali. E fra commercio e pubblici esercizi, quasi la metà delle imprese ormai ha una vita inferiore ai tre anni: un turnover elevatissimo, che abbassa notevolmente le medie. Non inganni, da questo punto di vista, la crescita del reddito medio dichiarato registrata sull’anno precedente: si tratta infatti di un effetto ‘collaterale’ dovuto all’introduzione del regime dei minimi, cui hanno aderito molti tra coloro che registrano il volume di vendite più basso, e che ha quindi spinto verso l’alto la media 2015.
Dai dati che emergono dall’osservatorio economico della Confesercenti – riferisce il presidente di Confesercenti Potenza Prospero Cassino – oramai le imprese lavorano fino al 20 luglio per pagare imposte e tasse e solo dopo il 20 luglio cominciano a lavorare per se stessi. Non solo esistono dei veri e propri ingorghi fiscali (al 20 di agosto l’Agenzia delle Entrate indica oltre 110 adempimenti) ma sempre di più diventa difficile pesa sulle nostre imprese la possibilità di fare fronte alle richieste fiscali di Stato, Regioni e Comuni. Ebbene, secondo i dati rilevati dal nostro osservatorio economico ben il 13% non pagherà le imposte risultanti, e non per volontà politica o per protesta me per il semplice motivo di non avere i soldi per pagare. La situazione finanziaria gravissima è documentata anche dalle altre scadenze: l’11% non è in grado di pagare l’IVA, il 31% non paga i contributi previdenziali per se stesso e per i propri familiari mentre. Seppur tra mille difficolta si continuano a pagare contributi ed imposte per i dipendenti (7%).

Parlare di ripresa in questa situazione sembra quasi una presa in giro, continua Cassino, è evidente che seppur di fronte ad una serie di interventi positivi, sul lavoro dipendente ad esempio, la situazione continua ad essere gravissima. Sono tantissime le attività commerciali che sopravvivono in attesa di tempi migliori. Occorrono interventi immediati per rilanciare i consumi interni, come ad esempio la nostra proposta di un patto generazionale che permetta ai lavoratori anziani di andare in pensione in cambio di assunzioni di giovani, va alleggerito il carico fiscale delle imprese (gravato oramai dalla tassazione locale aumentata del 100% dal 2008) bisogna agire con più coraggio sulla leva degli investimenti: chi investe in azienda in innovazione, ristrutturazione, personale, marketing va premiato

Consumi commercializzati per tipologia distributiva. Variazioni percentuali ed assolute 2011-2016

 

Variazioni

 

%

miliardi €

Totale vendite

 

 

     Grande distribuzione

-1,2

-0,8

     Piccole superfici

-9,5

-6,9

Alimentare

 

 

     Grande distribuzione

+2,7

+2,3

     Piccole superfici

-11,0

-2,4

Non alimentare

 

 

     Grande distribuzione

-6,5

-3,1

     Piccole superfici

-9,3

-4,5

Fonte: elaborazione Ufficio Economico Confesercenti su dati Istat

5Non è vero che gli italiani vogliono lo shopping 24 ore su 24, sette giorni su sette e anche il Primo Maggio: il 62% – la maggioranza assoluta – si dice infatti favorevole a introdurre una limitazione delle aperture festive delle attività commerciali. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da Confesercenti con SWG su un campione di 1300 consumatori e 600 imprenditori della distribuzione relativamente al tema della deregulation del commercio, introdotta dal Governo Monti nel 2012, che prevede la possibilità di rimanere aperti sempre, anche a Pasqua, Natale e Primo Maggio.
Un ritmo insostenibile – è il pensiero di Prospero Cassino, presidente Confesercenti Potenza - per i piccoli esercenti che, quest’anno il Primo Maggio, per non essere tagliati fuori dalla concorrenza della GDO, hanno rinunciato al riposo. Anzi, quest’anno le aperture dei negozi per il Primo Maggio sono state decisamente più numerose ed anche in centri che non aspettavano flussi turistici o di visitatori. Un atteggiamento che per competere con i grandi centri commerciali non produce risultati apprezzabili sul piano delle vendite vanificando ogni sacrificio di titolari che hanno diritto al riposo.
Ad incidere sul giudizio degli italiani è proprio la consapevolezza che la deregulation sta schiacciando i negozi. Il 71% degli intervistati, infatti, segnala che negli ultimi due anni, nel proprio quartiere o città, hanno chiuso negozi di cui erano clienti abituali, mentre il 66% ha visto crescere il numero di locali sfitti o che hanno cambiato tipologia di attività, passando dal commercio alla ristorazione o ai servizi.
La posizione dei consumatori sulla deregulation trova evidenti assonanze con quella espressa dai commercianti. Che, però, vivono con ancora maggiore preoccupazione gli effetti della liberalizzazione, che ha portato le attività commerciali, in media, ad essere aperte 30 giorni di più all’anno. Il 61%, infatti, ritiene che il regime di apertura continua abbia danneggiato la propria attività, contro appena un 12% che dichiara effetti positivi.
Per questo – riferisce Cassino - Confesercenti ha proposto di introdurre 12 chiusure festive e domenicali obbligatorie durante l’anno, con la possibilità da parte dei sindaci di raddoppiarle o annullarle a seconda delle esigenze del territorio. Una proposta che riscuote il favore quasi unanime dei commercianti: tra gli intervistati si è detto favorevole l’87%, contro un 4% di contrari e un 9% di incerti. Un esito motivato dal desiderio degli imprenditori di limitare la distorsione della concorrenza a favore della GDO, ma che nasce anche dalla considerazione che la debolezza del mercato interno rende insostenibile l’eccesso di deregulation. Tanto che, quando interrogati sul futuro della propria attività, la maggioranza degli imprenditori – il 52% – vede il maggior fattore di rischio nella situazione economica del Paese, mentre GDO e centri commerciali sono indicati da un terzo degli intervistati e la concorrenza dell’online solo dal 15%.

“La nostra proposta – spiega il Presidente nazionale di Confesercenti Massimo Vivoli – prevede di passare dalla deregulation totale ad un minimo di regolamentazione, ragionevole e assolutamente compatibile con i principi e le prassi prevalenti in Europa in materia di libertà di concorrenza. Monti –afferma Vivoli – aveva promesso che con questa liberalizzazione sarebbe aumentato il Pil, sarebbe aumentata l’occupazione, si sarebbe stimolata una maggior concorrenza. Tutte e tre queste cose sono risultate non vere. Gli unici effetti certi rilevati con certezza sono stati la compressione dei diritti dei piccoli imprenditori e lo spostamento di quote di mercato – il 3%, pari a 7 miliardi di fatturato – dai negozi tradizionali alla grande distribuzione. È chiaro che noi non chiediamo di stare chiusi sempre, ma di restare aperti solo quando e dove necessario, come ad esempio nelle località turistiche, per predisporre un programma di aperture attento alle esigenze dei consumatori ma anche di chi lavora e di quel modello distributivo italiano che è, storicamente, fatto di piccole e medie imprese”