MANOVRA, UE: “ITALIA A RISCHIO NON RISPETTO PATTO INSIEME AD ALTRI 5 PAESI”

“La bozza di legge di bilancio italiana 2017 è a rischio di non rispetto dei requisiti del Patto Ue, perché potrebbe risultare in una deviazione significativa dall’aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine”. Lo scrive la Commissione europea nel comunicato che riassume la sua opinione sulla manovra economica italiana. Lo stesso rischio, aggiunge, c’è per altri 5 Paesi: Belgio, Cipro, Lituania, Slovenia, Finlandia.

“Su Italia e Belgio, che risultano a rischio di inadempienza sulle regole di bilancio e che al momento sono sottoposte al ‘braccio preventivo’ del patto di stabilità e di crescita la Commissione europea tornerà a breve con report specifici – ha annunciato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, durante la presentazione dei pareri Ue sui piani di bilancio 2017.

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VENDITA DIRETTA DEGLI AGRICOLTORI, IL MISE: È DOVEROSO INDICARE I PRODOTTI PROVENIENTI DALL’AZIENDA DELL’IMPRENDITORE AGRICOLO RISPETTO A QUELLI ACQUISTATI PRESSO TERZI

Con nota del Direttore Generale del Ministero dello Sviluppo Economico, Dr. Gianfrancesco Vecchio, il MiSE, in risposta ad un quesito posto da Fiesa Confesercenti in materia di vendita diretta dei propri prodotti da parte degli agricoltori, inviata anche al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, precisa che è doveroso indicare ai consumatori i prodotti provenienti direttamente dall’azienda dell’imprenditore agricolo rispetto a quelli acquistati presso terzi.
Nella nota, il Dr. Vecchio fa riferimento alla nota di Fiesa del 14 settembre 2016, con la quale l’Associazione dei dettaglianti alimentari ha evidenziato i vantaggi amministrativi, fiscali e “pubblicitari” che i produttori agricoli possono trarre dalle norme che consentono loro di vendere i loro prodotti senza gli adempimenti e gli obblighi previsti per il commercio al dettaglio di prodotti alimentari e sottolineato, in particolare, la possibilità di vendere, nel medesimo ambito ed entro determinati limiti quantitativi, anche prodotti non di propria produzione.
Nella nota, Fiesa, pur prendendo atto, senza condividerla, della normativa di favore che giustifica tale particolare disciplina per i produttori agricoli, ha rappresentato la necessità di un rigoroso rispetto da parte degli stessi dei limiti quantitativi di vendita dei prodotti non provenienti dalle proprie aziende, al fine di evitare situazioni di vantaggio immotivato e di sleale concorrenza nei confronti dei normali esercizi commerciali, nonché l’importanza di una corretta informazione e distinzione in fase di vendita fra i prodotti propri e quelli di terzi, anche a fini di tutela dei consumatori, ponendo in vendita frutta e verdura prodotti direttamente in scomparti separati da quelli acquistati sul libero mercato per la rivendita al pubblico, in modo da rendere immediatamente distinguibile al consumatore i prodotti del contadino rispetto a quelli comprati.
Questo aspetto era stato peraltro già sollevato da un articolo pubblicato sul blog di una delle Associazioni nazionali dei consumatori iscritte nell’elenco tenuto dal MiSE.
Nella sua richiesta di chiarimento la Fiesa aveva interrogato il Ministero sul fatto se, al fine di agevolare i controlli da parte degli Organi di Vigilanza circa la prevalenza della vendita dei prodotti propri dell’imprenditore agricolo rispetto a quelli acquistati presso terzi, oltre che allo scopo di dare evidenza ai prodotti in vendita ricollegabili all’attività di produzione diretta da parte dell’imprenditore agricolo, i prodotti che questi acquisti presso terzi non debbano quanto meno essere collocati in aree o su scaffali separati dai prodotti del proprio fondo, ovvero identificati mediante cartelli o altri mezzi atti ad individuarne la diversa provenienza.
Il Ministero, a questo proposito, ha richiamato, preliminarmente, l’articolo 4, comma 1, del Decreto Legislativo n. 228 del 18 maggio 2001, il quale dispone che: “Gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della Legge 29 dicembre 1993, n. 580, possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le disposizioni vigenti in materia  di igiene e sanità”. Ha fatto altresì richiamo al successivo comma 5, del medesimo Decreto, che recita: “La presente disciplina si applica anche nel caso di vendita di prodotti derivati, ottenuti a seguito di attività di manipolazione o trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici, finalizzate al completo sfruttamento del ciclo produttivo dell’impresa”.
Il MiSE ha ricordato poi che “il comma 8, dispone: “Qualora l’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita dei prodotti non provenienti dalle rispettive aziende nell’anno solare precedente sia superiore a 160.000 euro per gli imprenditori individuali ovvero a 4 milioni di euro per le società, si applicano le disposizioni del citato Decreto Legislativo n. 114 del 1998”.
Il Direttore Generale, quindi, ha affermato che “Da quanto sopra consegue che effettivamente i produttori agricoli sono legittimati a vendere, senza osservare le prescrizioni del citato Decreto Legislativo n.114 del 1998, anche prodotti non provenienti dai propri fondi (ivi compresi i prodotti alimentari trasformati presso altre aziende agricole, ma anche quelli che risultano oggetto di un ciclo industriale di trasformazione) purché in misura non prevalente e, comunque, entro i limiti di importo fissati, per le diverse tipologie di imprese agricole, dalle suddette disposizioni. In altre parole, per mantenere il vantaggio dell’inapplicabilità delle disposizioni contenute nel Decreto Legislativo 31 marzo 1998, n. 114, tra le quali anche l’obbligatorietà del possesso dei requisiti professionali per il commercio alimentare al dettaglio di cui all’articolo 71, comma 6, del Decreto Legislativo n. 59 del 2010, è indispensabile contenere entro certi limiti (sia quelli percentuali, relativi alla prevalenza, che quelli assoluti, relativi ai ricavi) la vendita di prodotti non provenienti dai propri fondi”.
Da questo assunto il Direttore del MiSE fa discendere che “Ribadito quanto sopra, con riferimento allo specifico quesito posto relativamente ai prodotti venduti dai produttori agricoli, con particolare riferimento a quelli non provenienti dai propri fondi e pertanto acquistati presso terzi, la  scrivente conferma che non esistono norme della disciplina commerciale che impongano ai predetti di adottare modalità di esposizione o di etichettatura che consentano con evidenza all’acquirente di distinguere tra i prodotti provenienti o meno dal proprio fondo, fermo restando che per gli organi di controllo esistono certamente altre modalità ed altri strumenti idonei ad accertare l’effettiva provenienza dei prodotti ed a verificare il rispetto dei limiti di vendita di quelli non provenienti dal proprio fondo”.
Facendo poi riferimento all’articolo 21, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il quale esplicita i termini e le modalità che contraddistinguono una pratica commerciale ingannevole, il MiSE afferma che “tale disposizione considera una pratica commerciale scorretta non solo quando vengono fornite informazioni non rispondenti al vero, ma anche quanto, seppur le informazioni siano di fatto corrette, la pratica commerciale, in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva o per altre omissioni, induce o è idonea ad indurre in errore il consumatore medio riguardo ad uno o più degli elementi caratterizzanti l’acquisto (fra cui sono espressamente indicati l’origine geografica e commerciale) e, in ogni caso lo induce o è idonea a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso”. E’ evidente a questo proposito, per Fiesa Confesercenti – e il Ministero sembra condividerlo –  che il consumatore che entra in un’azienda agricola si aspetta di trovare in vendita i prodotti dell’agricoltore, coltivati e colti direttamente.
Il MiSE pur affermando che, dal punto di vista della normativa vigente, non possono essere imposti un livello di informazioni minime o altri adempimenti positivi che possano tradursi nell’ipotizzato obbligo di utilizzo di scaffalature e attrezzature separate per i prodotti agricoli non provenienti dal proprio fondo, riconosce il pericolo che si concretizza in informazioni false o comunque ingannevoli anche per il contesto, che potrebbe al più consentire una segnalazione all’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, per i provvedimenti di competenza, di  pratiche commerciali che ad esempio, per le iscrizioni pubblicitarie che enfatizzino il carattere di vendita di prodotti del proprio fondo, eventualmente riportate all’ingresso del punto vendita o sui singoli scaffali, in un contesto in cui all’interno del locale e nei singoli scaffali non siano riportate diverse e più specifiche indicazioni, siano idonee a indurre nel consumatore la convinzione di acquistare prodotti del fondo dell’agricoltore che effettua la vendita anche quando invece gli siano offerti indistintamente in vendita anche prodotti di terzi.
Il Ministero in altre parole riconosce la fondatezza della questione sollevata a difesa dei consumatori e della corretta concorrenza, ma non trova appigli normativi a cui agganciarsi per stabilire una modalità coerente con lo spirito dell’art 21 del D. Lgs. n. 206/2005.
E infatti afferma “….l’opportunità che ai consumatori sia fornita un’informazione chiara e trasparente anche in merito alla effettiva provenienza dei prodotti in questione e, pure ritenendo che tale esigenza risponda non solo all’interesse alla tutela dei consumatori, ma anche ad un’esigenza di tutela della reputazione e di mantenimento della fiducia nell’interesse degli stessi produttori agricoli, si ritiene che tali esigenze … possano essere perseguite … incoraggiando e sensibilizzando gli stessi produttori agricoli, sia da parte delle loro Associazioni di Categoria che da parte dei consumatori e delle loro Associazioni, all’adozione e, in nome della trasparenza e alla luce della necessità del rispetto del rapporto fiduciario che va  mantenuto tra acquirente e venditore, della buona prassi di garantire all’acquirente informazione adeguata alla consapevolezza di quali dei prodotti venduti siano effettivamente provenienti dal proprio fondo.”
Il MiSE conclude che le stesse Associazioni dei consumatori potranno inoltre valutare l’eventuale opportunità di iniziative di informazione e formazione dei consumatori per un consumo consapevole che evidenzino anche l’esigenza di informazione circa l’effettiva provenienza del prodotto acquistato presso i produttori agricoli, considerata la legittima possibilità per gli stessi di vendere anche prodotti non propri ed identici a quelli anche industriali presenti negli altri canali di vendita.
In conclusione, il Ministero riconosce che la questione posta è fondata, che effettivamente ci sono gli estremi per rilievi ai fini della concorrenza sleale (tanto che si appella al buon senso dei cittadini consumatori e delle stesse Associazioni degli agricoltori) ma non riesce a trovare la soluzione ad una questione di legittimità della norma, che pertanto rimane aperta come una ferita nel corpo legislativo statuale.
Posizione che non condividiamo perché proprio ai sensi dell’articolo 21, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, sussistono gli estremi e gli spazi regolamentari per disciplinare meglio e più equamente la materia.
E comunque la nota ministeriale, pur senza risolverla, rilancia  la questione a livello istituzionale.

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CONFESERCENTI POTENZA: SEMPRE ALTA ATTENZIONE SU VENDITA DIRETTA PRODOTTI

In materia di vendita diretta dei propri prodotti da parte degli agricoltori, una nota del Direttore Generale del Ministero dello Sviluppo Economico, in risposta ad un quesito posto da Fiesa-Confesercenti, precisa che “è doveroso indicare ai consumatori i prodotti provenienti direttamente dall’azienda dell’imprenditore agricolo rispetto a quelli acquistati presso terzi”. A riferirlo è Confesercenti Potenza sottolineando che anche a Potenza e in provincia l’attenzione di Confesercenti è sempre alta intorno a due “emergenze”: il fenomeno dell’ambulantato abusivo e quello della vendita diretta di prodotti agricoli “spacciati” per produzione propria o locale e che invece provengono persino dall’estero. In entrambi i casi – commenta il presidente Prospero Cassino – siamo di fronte a fenomeni di concorrenza sleale nei confronti degli esercenti che pagano le tasse e non c’è alcuna tutela per i consumatori. 

L’Associazione dei dettaglianti alimentari aderenti a Confesercenti ha evidenziato i vantaggi amministrativi, fiscali e “pubblicitari” che i produttori agricoli possono trarre dalle norme che consentono loro di vendere i loro prodotti senza gli adempimenti e gli obblighi previsti per il commercio al dettaglio di prodotti alimentari e sottolineato, in particolare, la possibilità di vendere, nel medesimo ambito ed entro determinati limiti quantitativi, anche prodotti non di propria produzione. 

Nella nota Fiesa, pur prendendo atto, senza condividerla, della normativa di favore che giustifica tale particolare disciplina per i produttori agricoli, rappresenta la necessità di un rigoroso rispetto da parte degli stessi dei limiti quantitativi di vendita dei prodotti non provenienti dalle proprie aziende, al fine di evitare situazioni di vantaggio immotivato e di sleale concorrenza nei confronti dei normali esercizi commerciali, nonché l’importanza di una corretta informazione e distinzione in fase di vendita fra i prodotti propri e quelli di terzi, anche a fini di tutela dei consumatori, ponendo in vendita frutta e verdura prodotti direttamente in scomparti separati da quelli acquistati sul libero mercato per la rivendita al pubblico, in modo da rendere immediatamente distinguibile al consumatore i prodotti del contadino rispetto a quelli comprati. 

Il Ministero – è scritto nella nota - riconosce che la questione posta è fondata, che effettivamente ci sono gli estremi per rilievi ai fini della concorrenza sleale (tanto che si appella al buon senso dei cittadini consumatori e delle stesse Associazioni degli agricoltori) ma non riesce a trovare la soluzione ad una questione di legittimità della norma, che pertanto rimane aperta come una ferita nel corpo legislativo statuale. Posizione che non condividiamo perché proprio ai sensi dell’articolo 21, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, sussistono gli estremi e gli spazi regolamentari per disciplinare meglio e più equamente la materia. 

E comunque la nota ministeriale, pur senza risolverla, rilancia la questione a livello istituzionale chiamando in causa direttamente il controllo della Polizia Locale. 

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PIL: ISTAT, RIMBALZO TERZO TRIMESTRE, DA ZERO A +0,3%

Su base annua crescita dello 0,9%. Migliora crescita acquisita 2016, a +0,8%.

“Rimbalzo della crescita economica italiana nel terzo trimestre 2016. Il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% nei confronti del terzo trimestre del 2015″.

Lo rende noto l’Istat in base alle stime preliminari. Nel secondo trimestre dell’anno la crescita era stata pari a zero.

“Migliora il Pil acquisito per quest’anno”, dice ancora l’Istituto. “La crescita che si registrerebbe se negli ultimi tre mesi del 2016 la variazione congiunturale del prodotto interno lordo fosse nulla è di +0,8%. La stima precedente, quella basata solo sui dati dei primi due trimestri, era di +0,6%. Le stime del Governo sul 2016 indicano una crescita (grezza) dello 0,8%”.

“La crescita congiunturale del Pil – specifica l’Istat- nel terzo trimestre è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’industria e dei servizi e di una diminuzione nell’agricoltura. Dal lato della domanda, vi è un contributo ampiamente positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte), in parte compensato da un apporto negativo della componente estera netta”.

“Il dato diffuso oggi – conclude l’Istituto – è corretto per gli effetti di calendario. Il terzo trimestre del 2016 ha avuto due giornate lavorative in più del trimestre precedente e una in meno rispetto al terzo trimestre del 2015″.

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MIUR: ISCRIZIONI SCUOLA ON LINE DAL 16 GENNAIO AL 6 FEBBRAIO 2017

"Ci sarà tempo dalle 8 del 16 gennaio alle 20.00 del 6 febbraio 2017 per effettuare la procedura on line per l’iscrizione alle classi prime della scuola primaria, della secondaria di I e II grado. Già a partire dalle 9 del 9 gennaio si potrà accedere alla fase di registrazione sul portale www.iscrizioni.istruzione.it. Chi ha un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) potrà accedere con le credenziali del gestore che ha rilasciato l’identità”.

Lo comunica il MIUR in una nota nella quale spiega che le “iscrizioni on line riguardano anche i corsi di istruzione e formazione dei Centri di formazione professionale regionali (nelle Regioni che hanno aderito). Per le scuole dell’infanzia la procedura è cartacea. L’adesione delle scuole paritarie al sistema delle ‘Iscrizioni on line’ resta sempre facoltativa. Per le famiglie delle aree colpite dal terremoto saranno previste e comunicate a ridosso delle iscrizioni azioni di supporto affinché possano svolgere la procedura on line con l’aiuto delle scuole. Per effettuare l’iscrizione on line va innanzitutto
individuata la scuola di interesse. Strumento utile in questo senso è il portale ‘Scuola in Chiaro’ che raccoglie i profili di tutte le scuole italiane e visualizza informazioni”.

“Per la scuola dell’infanzia – prosegue la nota – la domanda è cartacea e va presentata alla scuola prescelta. Possono essere iscritti alle scuole dell’infanzia i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 31 dicembre 2017, che hanno la precedenza. Possono poi essere iscritti i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2018. Non è consentita, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla scuola dell’infanzia di bambini che compiono i tre anni di età successivamente al 30 aprile 2018. Per la scuola primaria le iscrizioni si fanno on line. I genitori possono iscrivere alla prima classe della scuola primaria i bambini che compiono sei anni di età entro il 31 dicembre 2017; si possono iscrivere anche i bambini che compiono sei anni dopo il 31 dicembre 2017 e comunque entro il 30 aprile 2018″.

“Non è consentita – spiega ancora la nota – anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla prima classe della primaria di bambini che compiono i sei anni successivamente al 30 aprile 2018. I genitori, al momento della compilazione delle domande di iscrizione on line, possono indicare, in subordine rispetto alla scuola che costituisce la loro prima scelta, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Per la scuola secondaria di I grado, all’atto dell’iscrizione on line, i genitori esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 30 oppure 36 ore elevabili fino a 40 (tempo prolungato), in presenza di servizi e strutture idonee. In subordine alla scuola che costituisce la prima scelta, è possibile indicare fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Per la scuola secondaria II grado nella domanda di iscrizione on line alla prima classe di una scuola secondaria di secondo grado statalei genitori esprimono anche la scelta dell’indirizzo di studio. Oltre alla scuola di prima scelta è possibile indicare, in subordine, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento”.

“La circolare contiene – conclude la nota – informazioni dettagliate anche sulle iscrizioni di alunni con disabilità, con disturbi specifici di apprendimento e con cittadinanza non italiana. Con riferimento a questi ultimi, in particolare, si ricorda che anche per quelli sprovvisti di codice fiscale è consentito effettuare la domanda di iscrizione on line. Una funzione di sistema, infatti, consente la creazione di un cosiddetto “codice provvisorio” che, appena possibile, l’istituzione scolastica sostituisce con il codice fiscale definitivo”.

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CONFESERCENTI, LAST MINUTE MARKET E FEDERCONSUMATORI SIGLANO IL PATTO CONTRO LO SPRECO ALIMENTARE

Obiettivo il recupero annuo di oltre 1,2 miliardi di euro di prodotti alimentari invenduti

Un patto di collaborazione per favorire la donazione di cibo, valorizzare le eccedenze, il ruolo degli esercizi di vicinato e rafforzare la solidarietà. E recuperare dai negozi tradizionali e pubblici esercizi oltre 1,2 miliardi di euro di prodottialimentari invenduti, destinati a diventare spreco e che invece possono ancora avere uso.

E’ questo l’obiettivo del protocollo d’intesa firmato da Confesercenti, Last Minute Market e Federconsumatori per la lotta agli sprechi, a poco più di tre mesi dall’approvazione definitiva della legge apposita, presentato alla stampa presso la Camera, alla presenza dell’Onorevole Maria Chiara Gadda, relatrice della Legge 166 del 19 agosto 2016 su “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”.

Al dibattito hanno partecipato anche il Segretario Generale di Confesercenti Mauro Bussoni, il Fondatore di Last Minute Market prof. Andrea Segrè, il Presidente di Federconsumatori Rosario Trefiletti.

Il progetto, che prenderà il via sperimentalmente il prossimo gennaio in Emilia Romagna, prevede un piano in tre fasi di recupero delle eccedenze: una piattaforma web (web app) gratuita e aperta a tutti che permetta ai negozi, gratuitamente, in alcune giornate e in determinate fasce orarie, di offrire con sconti i prodotti alimentari ai consumatori, che potranno approfittarne con facilità, diminuendo così la quota totale di invenduto; la redistribuzione delle eccedenze alimentari ricollocabili secondo i parametri di qualità elaborati da Last Minute Market presso enti ed associazioni solidali accreditate del territorio.

Ed infine l’elaborazione di un doppio piano informativo: best practices per gli imprenditori e un decalogo per i consumatori per evitare lo spreco a casa e fuori.

Possibilità di recupero nella distribuzione commerciale.

Complessivamente, il settore della distribuzione commerciale, esclusa quindi la ristorazione ed il servizio bar, produce ogni anno eccedenze alimentari invendute per un valore di circa 1.450.000 euro. Di questi, circa 518 milioni di euro sono accreditabili agli oltre 95mila negozi della distribuzione tradizionale alimentare attualmente attivi in Italia. A questi, andrebbero sommati anche i circa 700 milioni di euro in beni alimentari recuperabili attraverso il protocollo dai 201.400 ristoranti  italiani.

In totale, dunque, ci sarebbe 1 miliardo e 218 milioni di euro di eccedenze alimentari prodotte dalle Pmi del commercio e della ristorazione che, con il progetto di ‘spreco zero’ messo in campo da Confesercenti, Last Minute Market e Federconsumatori potrebbe completamente essere recuperato.

Stime del possibile recupero per tipologia di esercizio commerciale di vicinato* e della ristorazione 

Ogni anno quasi 16 miliardi di cibo commestibile (dati dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/SWG), praticamente l’uno per cento del prodotto interno lordo, viene buttato via. Con un danno che non è solo ascrivibile allo spreco, ma che va ad aumentare, inevitabilmente, la mole dei rifiuti. Tra il 2010 e il 2016 i negozi di frutta, i bar e i ristoranti hanno subito un aumento della tariffa per l’asporto dei rifiuti oscillante tra il 30 e il 50 per cento.

Confesercenti e Last Minute Market – società spin-off dell’Università di Bologna che sviluppa progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) e che dal 2010 promuove la campagna europea di sensibilizzazione Spreco Zero – hanno stretto un protocollo d’intesa che si propone di attivare le sinergie necessarie, anche con il coinvolgimento dei cittadiniconsumatori, tramite Federconsumatori, per sviluppare iniziative condivise e comunicazionimirate a favorire, appunto, la donazione di cibo, contrastare l’inutilizzo di risorse alimentari e rafforzare la solidarietà.

“L’Italia – spiega l’onorevole Maria Chiara Gadda – è il primo paese europeo a dotarsi di una normativa organica in materia di recupero delle eccedenze alimentari a fini di solidarietà sociale. Il provvedimento ha lo scopo di agevolare ed incentivare la donazione di prodotti, sicuri dal punto di vista igienico sanitario e perfettamente consumabili, che rischiano altrimenti di diventare spreco.

Ma la legge è solo uno strumento. Per raggiungere questi importanti obiettivi – conclude – è necessaria una forte sinergia tra tutti gli attori coinvolti: imprese, associazioni di volontariato, così come istituzioni ed enti territoriali. Per questo, accordi come quello firmato tra Confesercenti, Last Minute Market e Federconsumatori sono importanti,  perché aiutano a dare concreta attuazione alla legge”.

“Questa è un’iniziativa in cui crediamo molto – dichiara Mauro Bussoni, Segretario Generale di Confesercenti – per diversi motivi: in primis perché ci permette di partecipare alla lotta allo spreco e di alimentare il circuito della solidarietà, temi molto cari agli imprenditori associati a Confesercenti. Ma anche perché con questo accordo vogliamo riportare agli occhi del pubblico il valore sociale degli esercizi di vicinato, che hanno subito in questi anni una lunga crisi, ma che rimangono ancora presidi importantissimi non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello sociale”.

“A due mesi dall’entrata in vigore della normativa italiana antispreco, centinaia di pubbliche amministrazioni si stanno attivando per inserirsi a pieno titolo nel circolo virtuoso di recupero e prevenzione innescato dalla legge – spiega Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e presidente del Comitato tecnico-scientifico del Ministero dell’Ambiente, preposto a varare il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti e degli sprechi.

Contiamo di avviare a breve un coordinamento nazionale dei Comuni attraverso l’Anci, e di coinvolgere le amministrazioni quali parti attive del Protocollo oggi sottoscritto da Last Minute Market insieme a Confesercenti e Federconsumatori.

Un ‘patto’ contro lo spreco alimentare in Italia che copre però 1/4 circa del recupero potenziale: perché lo spreco domestico rappresenta il 75% circa dello spreco di cibo complessivo, che in Italiavale oggi l’1% del Pil italiano e sfiora i 16 miliardi annui, per un costo di circa 30 euro mensili a famiglia (dati Waste Watcher su stima 24 milioni famiglie). Dobbiamo esserne tutti consapevoli e portare le buone pratiche anche nella nostra cucina e nelle abitudini quotidiane di acquisto”.

“In una società come quella italiana – aggiunge Rosario Trefiletti, Presidente di Federconsumatori  – che vede crescere la povertà soprattutto tra i minori, assistere ad uno spreco alimentare così imponente risulta inammissibile sul piano etico, ancora prima che su quello economico. Per questo deve essere una priorità del Governo e di tutti gli operatori del settore fare in modo che non si parli più di spreco, bensì di risorse redistribuite nel circuito della solidarietà.”

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FISCO, FATTURAZIONE ELETTRONICA: L’E-FATTURA È PRONTA PER LE IMPRESE

“Il formato fatturaPA, utilizzato per la formazione e trasmissione delle fatture elettroniche verso le Pubbliche Amministrazioni, è stato adeguato per permettere anche la fatturazione elettronica tra privati, a partire dal 1° gennaio 2017. Le nuove specifiche tecniche del formato fatturaPA sono state aggiornate e pubblicate sul sito
www.fatturapa.gov.it”.

Lo riporta una nota dell’Agenzia delle Entrate che spiega: “il nuovo formato sarà utilizzato sia per la fatturazione elettronica verso la P.A sia per la fatturazione elettronica tra privati, secondo un unico tracciato XML e sempre attraverso il Sistema di Interscambio (SdI), che sarà a disposizione anche per i rapporti commerciali tra privati, come previsto dal Dlgs n. 127/2015″.

“Le Pubbliche Amministrazioni – conclude la nota – e i loro fornitori, oltre a tutti i soggetti che intendono utilizzare il Sistema di Interscambio per la fatturazione tra privati, dovranno quindi configurare i propri sistemi informatici per utilizzare, a partire dal prossimo 1° gennaio, esclusivamente il nuovo tracciato XML ed il relativo schema XSD per tutte le trasmissioni di fatturazione”.

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PREZZI: USCITA DA DEFLAZIONE È ANCORA MIRAGGIO, NEL 2016 L’INFLAZIONE CHIUDERÀ A -0,1%)

L’analisi dell’Ufficio Economico Confesercenti: Pesa calo energetici, ma la domanda è in stallo. Crescono solo i servizi pubblici locali, Tari in primis. C’è “forbice” preoccupante tra la dinamica dei prezzi italiana e quella europea, gap di 4-6 punti percentuali.

L’uscita dalla deflazione è ancora un miraggio. L’illusione nata dai dati di settembre, che vedevano una leggera risalita dei prezzi, infatti, si scontra con l’ulteriore calo dell’inflazione segnalato dall’Istat per ottobre. Dato rivisto addirittura al ribasso rispetto alle stime preliminari già diffuse dallo stesso istituto di statistica alla fine del mese scorso.

Così l’Ufficio Economico Confesercenti sul dato definitivo sui prezzi ad ottobre, diffuso oggi dall’Istat.

La ridiscesa in campo negativo dell’indice dei prezzi – spiegano gli economisti di Confesercenti - testimonia il momento di stallo ancora attraversato dalla nostra economia. In assenza di una spinta da parte della domanda, che non sembra incorporare i leggeri risparmi dovuti alla deflazione, tutte le voci sono praticamente “al palo” e la discesa dei beni energetici influenza l’andamento complessivo. Questa volta la flessione maggiore è relativa ai beni energetici regolamentati, il cui prezzo è fissato dall’Authority, che incorpora la forte flessione del prezzo del petrolio dei mesi passati. In effetti quest’ultimo, se consideriamo il confronto con ottobre 2015, continua a restare in campo negativo, anche se in rallentamento, grazie agli accordi sul taglio dell’offerta decisi dall’Opec, che però hanno portato ad una risalita se consideriamo, invece, il confronto con il mese precedente (0,9%).

Gli unici “prezzi” in costante controtendenza sono quelli dei servizi pubblici locali, in particolare la Tari, che tra l’altro continuano a presentare una estrema variabilità tra città e città e continua ad annullare il risparmio dovuto alla deflazione energetica. Secondo nostre previsioni, l’inflazione acquisita ad ottobre (-0,1%) sarà quella dell’intero anno. Per una risalita, dunque, bisognerà aspettare il 2017. Quello che inizia a destare preoccupazione (oltre al segno meno) è il manifestarsi – da maggio in modo più significativo – di una “forbice” tra la dinamica dei prezzi italiana e, in sostanza, quella del resto d’Europa o comunque dei principali paesi, di circa 4-6 punti percentuali (0,2% contro 0,8% ad ottobre), il che sta ad indicare che è tutto il sistema Italia ad essere in ritardo.

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EQUITALIA, ARRIVA L’SMS PER RICORDARE LA CARTELLA

Per usufruire del servizio occorre registrarsi sul sito o presso uno dei 202 sportelli Equitalia

Se mi scordo. A sedici anni dalla sua fondazione, ed appena ad una manciata di mesi dalla sua confluenza nell’Agenzia delle Entrate (prevista per luglio 2017) Equitalia espande i suoi servizi di ‘customer care’ dei contribuenti: da questa settimana parte infatti il servizio “Sms – se mi scordo”: un messaggio sul cellulare o sulla posta elettronica (con mittente ‘Equi Info’) per informare il cittadino che è in arrivo una cartella o per ricordare a chi sta pagando a rate che ne manca soltanto una per decadere, ma anche per segnalare che il pagamento delle stesse non risulta regolare o che c’è una multa in sospeso.

Ho sempre detto che la riscossione ed Equitalia devono essere poste sullo stesso fuso orario del Paese ed è quello che stiamo facendo, spiega l’AD di Equitalia Ernesto Ruffini, lanciando il progetto. “Era necessario ribaltare la prospettiva, sapendo che il ruolo della riscossione è antipatico, mettendo al centro la persona, che non è solo un codice fiscale. Un sms può essere utile così come tutto ciò che semplifica”.

Come attivare il servizio. Il servizio è totalmente opzionale, e va attivato dal contribuente che lo desidera. Si può fare rivolgendosi ad uno dei 202 sportelli della società di riscossione o sul portale www.gruppoequitalia.it. Presso gli sportelli sarà sufficiente compilare un modulo dove verrà inserito anche il proprio numero di cellulare o l’indirizzo mail su cui si desiderano ricevere comunicazioni. Per attivare il servizio dal sito, invece, è necessario avere le credenziali e quindi accedere nell’area riservata e seguire le indicazioni per registrarsi.

Per maggiori informazioni sul servizio Sms – Se Mi Scordo, potete visitare il sito ufficiale del gruppo Equitalia 

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CONFESERCENTI POTENZA SU PESO TARIFFE LOCALI

I dati medi sull’inflazione tariffaria nascondono andamenti molto differenziati sul territorio nazionale da cui poi derivano situazioni non omogenee per il potere d’acquisto delle famiglie e per i costi e la competitività delle imprese. Forti discrepanze si riscontrano per il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti dove la sovrapposizione di più sistemi tariffari ha contribuito a determinare una forte sproporzione nelle condizioni economiche di famiglie e imprese. Anche se i dati dell’Ufficio Economico di Confesercenti registrano ben 20 punti di distanza che separano il rincaro più consistente di questa tariffa, ad Ancona (+10.9%), dalla contrazione più significativa di Potenza (-9.5%), quello delle tariffe locali continua ad essere un peso opprimente per le piccole e medie imprese della provincia di Potenza.

A sostenerlo è Confesercenti Potenza sottolineando che nel triennio 2014-2016, l’aggravio medio delle tariffe per famiglie e micro-piccole imprese è stato del 6,2% in più, con un picco del +18,4% per quanto riguarda la bolletta idrica, del 12% sui servizi sanitari locali e del 25,4% per le tariffe postali. Notevole anche l’aumento dei rifiuti solidi urbani (+8,7% dal 2014 ad oggi) e dei trasporti ferroviari regionali (+7%). 

“L’efficienza e la qualità dei servizi pubblici insieme al loro costo – commenta il presidente Prospero Cassino - delineano un contesto più o meno fertile per l’iniziativa economica e per favorire la nascita e la sopravvivenza delle imprese in particolari di piccole dimensioni. Soprattutto sul fronte della raccolta rifiuti, il cui costo è sostenuto in larga parte proprio dalle imprese. Inoltre, l’aumento delle tariffe – spiega il presidente Confesercenti – sebbene più contenuto nel 2016 rispetto a quello degli anni precedenti, rimane preoccupante: nonostante l’inflazione si sia fermata e l’economia non dia eccessivi segni di vitalità, le tariffe continuano ad aumentare sottraendo risorse alle famiglie e, quindi, ai consumi. Particolarmente grave appare l’aumento dell’acqua, dei servizi sanitari e degli asili nidi: tutte spese incomprimibili e indifferibili.

Per le imprese, invece, preoccupano soprattutto servizi idrici e smaltimento rifiuti: solo queste due voci possono costare ad un albergo fino a oltre 30mila euro l’anno. Ma non basta. Alla situazione tributi locali si aggiungono tutta una serie di elementi che rendono complicata persino la sopravvivenza di molte, troppe imprese, soprattutto piccolissime e piccole, spesso a conduzione familiare. Mi riferisco al peso fiscale, ai costi di gestione, alla lentezza ed all’incidenza della burocrazia sui tempi e sui costi di un’impresa, alla difficoltà di accesso al credito che oggi, più che mai, rappresenta uno dei passaggi più critici per chi voglia fare impresa, per chi voglia crescere o, più ancora, per chi abbia bisogno di sostegno per rimettersi in piedi. Da troppo tempo, ormai, i rapporti sull’andamento della natalità e mortalità delle imprese assomigliano a bollettini di guerra. L’emorragia di imprese costrette a chiudere i battenti ha assunto livelli preoccupanti, soprattutto in considerazione del fatto che, tra quelle che si arrendono, ci sono spesso start up. Si tratta frequentemente del tentativo di giovani di entrare nel mondo del lavoro, prima di essere costretti ad emigrare in cerca di fortuna in altri Paesi. Oppure di ultracinquantenni, espulsi dal mondo del lavoro, che cercano di rientrarvi avviando attività autonome.

A provarci sono i più coraggiosi, vista la giungla di difficoltà a cui vanno incontro. E a questi coraggiosi – conclude Cassino – ci rivolgiamo perché al di là delle affermazioni retoriche sull’evento del Capodanno Rai da Potenza “opportunità” si facciano promotori di iniziative dirette in grado di supportare gli sforzi di Regione e Comune facendo in modo che l’opportunità di una ripresa sia reale”. 

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CRESCONO DISUGUAGLIANZE: È IL QUADRO CHE EMERGE DAL SONDAGGIO REALIZZATO PER OXFAM ITALIA

Secondo il sondaggio in Italia “l’1% più ricco possiede il 23,4% della ricchezza nazionale netta”.

Fisco iniquo, povertà crescente, distribuzione sempre più ingiusta del reddito.

E’ il quadro che emerge dal sondaggio realizzato da Demopolis per Oxfam Italia, presentato oggi alla Camera, e che disegna uno scenario fatto di diseguaglianze sempre più marcate in moltissimi campi: dalla concentrazione dei patrimoni alle opportunità di accesso al mondo del lavoro.

Secondo il sondaggio 62 persone nel globo ”possiedono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo. E in Italia “l’1% più ricco possiede il 23,4% della ricchezza nazionale netta”.

Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia parla di “disuguaglianze preoccupanti e insane” e fa un appello alla classe politica perché “c’è bisogno di rimedi ambiziosi”.

A replicare per il Governo è Pier Paolo BarettaSottosegretario all’Economia, che definisce “il quadro generale preoccupante, non solo per la dimensione del fenomeno, ma soprattutto per la tendenza che non si arresta e che anzi si è impennata durante la crisi“.

Il Governo, secondo Baretta, “si sta muovendo nella direzione di correggere alcune di queste tendenze”: nella Legge di Bilancio si sono inseriti gli indicatori di benessere, mentre sul piano fiscale “c’è stato un allargamento, seppur piccolo della no Tax area e un intervento a favore della 14esima per le pensioni minime“.

“Di certo non è sufficiente – ha aggiunto – ma è qualcosa. E dimostra che è cresciuta una sensibilità verso un percorso che deve essere consolidato”.

“Tuttavia l’Italia da sola non può nulla”, aggiunge il Sottosegretario all’Economia. “Le normative nazionali sono troppo fragili, senza un quadro di governance condiviso è impossibile aggredire davvero il fenomeno. Da parte della Ue c’è un’assenza di risposte e di visione e questo non fa che creare sfiducia”.

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TARIFFE: +1,1% NEL 2016, TRAIANO LE LOCALI (+1,7%)

Continua il boom delle tariffe postali (+13,2%), in aumento anche servizi sanitari (+4,6%) 

L’analisi dell’Ufficio Economico: dal 2014 tariffe su del 6,2%, acqua potabile +18,4%.

Rimangono differenze territoriali: a Cagliari le famiglie pagano in media 520 euro  per i rifiuti, a Verona 321

L’inflazione è (quasi) ferma, ma le tariffe non accennano a frenare. Anzi, crescono: fino ad ora, nel 2016, le tariffe pubbliche – con esclusione degli energetici – sono aumentate in media dell’1,1%, con una velocità nettamente superiore a quella dell’indice dei prezzi al consumo, ferma nello stesso periodo al +0,1%.

E’ quanto emerge da un’analisi dell’Ufficio Economico Confesercenti. L’aumento registrato è più consistente per le tariffe locali (+1,7) che per quelle nazionali (+0,5%). Ma a fare boom sono soprattutto, le tariffe postali, che mettono a segno un aumento del 13,2% dopo l’11,3% registrato nel 2015. Cala invece – unica voce – il canone TV, in riduzione dell’11,9%. Per le tariffe locali, invece, gli incrementi più significativi nel 2016 sono relativi, ancora, alla fornitura di acqua potabile (+3,5%), ai servizi sanitari locali (+4,6%) in cui rientrano gli esami di laboratorio, e le prestazioni mediche e agli asili nido (+2,7%).

Allargando il periodo preso in esame dal solo 2016 all’intero triennio 2014-2016, l’aggravio medio delle tariffe per famiglie e micro-piccole imprese è stato del 6,2% in più; con un picco del +18,4% per quanto riguarda la bolletta idrica, del 12% sui servizi sanitari locali e del 25,4% per le tariffe postali. Notevole anche l’aumento dei rifiuti solidi urbani (+8,7% dal 2014 ad oggi) e dei trasporti ferroviari regionali (+7%).

 

Tab.1 Variazioni tendenziali delle tariffe non energetiche

  2014 2015 2016*

variazione cumulata

2014-2016

Tariffe pubbliche +3,5 +1,6 +1,1 +6,2
di cui:
Tariffe a controllo nazionale +1,8 +1,4 +0,5 +3,7
di cui:    
tariffe postali +0,9 +11,3 +13,2 +25,4
pedaggio autostrade +4,5 +1,2 +0,8 +6,5
canone tv 0 0 -11,9 -11,9
trasporto ferroviari -0,6 -1,7 +2,4 +0,1
medicinali +0,7 1,7 +0,5 +2,9
Tariffe a controllo locale +4,8 +1,8 +1,7 +8,3
di cui:    
rifiuti solidi urbani +10,8 -2,9 +0,8 +8,7
acqua potabile +6,4 +8,5 +3,5 +18,4
trasporti urbani +2,5 +1,5 +0,6 +4,6
servizi sanitari locali +4,6 +2,8 +4,6 +12
musei +2,1 +2,8 +1,1 +6
asili nidi +1 +0,7 +2,7 +4,4
istruzione secondaria e universitaria +1,3 +1,9 +1,0 +4,2
trasporti ferroviari regionali +3,8 +1,9 +1,3 +7

 

Fonte: Elaborazioni Confesercenti su dati INDIS – Uniocamere e REF

 

Differenze territoriali. I dati medi sull’inflazione tariffaria nascondono andamenti molto differenziati sul territorio nazionale da cui poi derivano situazioni non omogenee per il potere d’acquisto delle famiglie e per i costi e la competitività delle imprese. Forti discrepanze si riscontrano per il Servizio di raccolta e smaltimento rifiuti dove la sovrapposizione di più sistemi tariffari ha contribuito a determinare una forte sproporzione nelle condizioni economiche di famiglie e imprese. Ben 20 punti di distanza separano il rincaro più consistente di questa tariffa, ad Ancona (+10.9%), dalla contrazione più significativa di Potenza (-9.5%). Complessivamente, tra le città capoluogo, le famiglie che spendono di più per la tariffa sui rifiuti sono quelle di Cagliari (520 euro), quelle che subiscono la batosta meno pesante quelle di Verona (201)

La variabilità delle condizioni di costo che famiglie e imprese sostengono nel Paese segnala la mancanza di una regia comune. L’efficienza e la qualità dei servizi pubblici insieme al loro costo delineano un contesto più o meno fertile per l’iniziativa economica e per favorire la nascita e la sopravvivenza delle imprese soprattutto di piccole dimensioni. Soprattutto sul fronte della raccolta rifiuti, il cui costo è sostenuto in larga parte proprio dalle imprese.

Tav.2 Variazioni tendenziali massime e minime di alcune tariffe – gen.-set. 2016

 

 

rifiuti

urbani

acqua potabile trasporto pubblico servizi sanitari
Italia 0,8 4,2 0,6 4,6
max 10,9 8,6 11,8 12,6
min -9,5 -1 0,0 -3,5

 

Fonte: Elaborazioni Confesercenti su dati INDIS – Uniocamere e REF

 

“L’aumento delle tariffe – spiega Mauro Bussoni, Segretario Generale Confesercenti – sebbene più contenuto nel 2016 rispetto a quello degli anni precedenti, rimane preoccupante: nonostante l’inflazione si sia fermata e l’economia non dia eccessivi segni di vitalità, le tariffe continuano ad aumentare sottraendo risorse alle famiglie e, quindi, ai consumi. Particolarmente grave appare l’aumento dell’acqua, dei servizi sanitari e degli asili nidi: tutte spese incomprimibili e indifferibili. Per le imprese, invece, preoccupano soprattutto servizi idrici e smaltimento rifiuti: solo queste due voci possono costare ad un albergo fino a oltre 30mila euro l’anno”.

Tav.3  Spesa annua per alcune tariffe, confronto famiglie/imprese

  Famiglie (**)   Imprese (***)
2016(*)   Ristorante Bar Albergo Parrucchiere
Servizio di raccolta e smaltimento rifiuti 302   3.704 1.427 7.318 480
Servizio idrico integrato 328   4.739 2.325 22.435 879

 

Nota: (*) stime; (**) famiglia di 3 persone con abitazione di 108mq, consumo acqua 160m3/anno, consumo energia elettrica 2.700kWh e potenza di 3kW, consumo gas 1800 Smc; (***) 1) albergo di 1000 mq, prelievo acqua 8000m3/anno, consumo energia elettrica 200MWh/anno potenza 80kW, consumo gas 20.000 Smc  2) ristorante di 200 mq, prelievo  acqua 1800m3/anno, consumo energia elettrica 65MWh/anno  potenza 40kW, consumo gas 7.000 Smc 3) bar di 100mq, prelievo acqua 900m3/anno, consumo energia elettrica 15MWh  potenza 20kW 4) parrucchiere di 70 mq, prelievo acqua 400m3/anno, consumo energia elettrica 9MWh/anno  potenza 40kW, consumo gas 2.500 Smc..

Fonte: Elaborazioni Confesercenti su dati Unioncamere e ref. ricerche, Tendenze dei prezzi (marzo – luglio 2015); Confesercenti Innova SCRL, Rapporto sulle Tariffe dei Servizi Pubblici locali 2011 – 2012 -2013

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